GATO BARBIERI SULLA VIA DEL RITORNO Il sassofonista argentino conosce una seconda giovinezza grazie al progetto "Complete Reunion" insieme ad Aldo Romano ed Enrico Rava: "Ma oggi per me il jazz è un punto interrogativo"
| Gato Barbieri in una foto di Mitchell Feldman
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di Mitchell Feldman I capelli neri e ricci sotto il consueto panama sono brizzolati e le ragazze che ronzano intorno, i guardaspalle e tutti quegli extra di lusso che accompagnano artisti con solide vendite di dischi a sei cifre sono scomparsi molto tempo fa. Tuttavia una cosa è rimasta costante nel corso degli anni: il caratteristico tenore di Gato Barbieri, un suono immortalato per i posteri nella memorabile colonna sonora del sassofonista per “Ultimo Tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci, e la sua versione di successo di “Europa”, ballata di Carlos Santana che ha aiutato a spingerlo verso la celebrità. Gli Anni ’90 sono stati un periodo difficile per Barbieri. La sua carriera si è interrotta, nel 1995 ha perso quella che è stata sua moglie per trentacinque anni, ed è stato sottoposto ad un intervento di triplo bypass, e una retina danneggiata ha iniziato ad affliggere la vista dell’occhio sinistro e la capacità di lettura. Nonostante ciò, come il proverbiale gatto dalle nove vite, Gato ha continuato a cadere in piedi e a sessantacinque anni è nel mezzo di un rilancio, si è risposato e ha un figlio di tre anni che lo ispira a continuare malgrado questi ostacoli. Il luglio scorso Barbieri si è imbarcato nel tour “Complete Reunion”, dodici date, in un quintetto con Enrico Rava e il batterista Aldo Romano, compagni dalla metà alla fine degli Anni ’60, quando il sassofonista era un giovane guerriero dell’avanguardia a Roma, Parigi e New York. Uno dei più aspettati numeri nel circuito dei festival europei dell’estate scorsa, il nome della band allude a “Complete Communion”, la pietra miliare Blue Note che il sassofonista ha registrato con Don Cherry nel 1965 che lo ha affermato a livello internazionale poco dopo aver lasciato la nativa Argentina. Il modo di suonare di Barbieri era esitante e sembrava ansioso a Perugia durante l’Umbria Jazz, seconda tappa del tour, ma ha guadagnato confidenza e slancio giorno dopo giorno e l’esibizione finale del gruppo a San Sebastian è stata acclamata come il punto culminante di quell’evento. A Cala Gonone, in una conversazione prima della penultima gig della band a Jazz in Sardegna – un festival che ha dedicato la sua quattordicesima edizione alle leggende del sassofono e che ha anche presentato Wayne Shorter e Steve Lacy- Gato ha parlato dell’instabilità della fama, del suo stile e delle sue impressioni dell’attuale scena musicale. Barbieri possiede uno dei suoni oggi più facilmente identificabili nel jazz, un distintivo stile latino che ha sviluppato fondendo insieme la potente esecuzione dei giganti tenori John Coltrane e Pharoah Sanders con le melodie sensuali e i ritmi scelti nella musica folk della sua terra e dalle tradizioni del tango. “Ho tre trombe, due Selmers ed una Yamaha, ma è l’imboccatura che fa la differenza”, ha spiegato. “Faccio il contrario di molti americani: suono con un’imboccatura molto stretta ed un’ancia soffice, una numero 1 o 1,5. di norma si suona molto aperto con un’ancia dura numero 3”. Barbieri ha detto che riabituarsi ad un periodo di inattività continuata dopo essere stato costantemente in tour ed aver ricevuto dischi d’oro “è stato molto duro”, aggiungendo che anche artisti con la sua esperienza devono tenere in mente i fattori commerciali del mercato che guidano l’industria di musica contemporanea, quando prendono decisioni creative. “Ho parlato con il produttore Jason Miles che ha vinto un Grammy lavorando con Ivan Lins e vuole riunirmi a Santana”, ha detto il sassofonista. “Il jazz è in una posizione strana oggi”, ha continuato. “E’ stato trasformato in una sorta di musica da camera ed è diventato un grande punto interrogativo per me. Manca qualcosa. Preferisco il posto da leader benché al giorno d’oggi ci siano molti musicisti forti non ci sono abbastanza leader”, ha detto Barbieri. “Ma sarà il tempo a dirlo. Come Ornette ha osservato una volta ‘se non ti muovi, non puoi sentire il vento’”.
Mitchell Feldman traduzione di Laura Onano
© Settembre 2001 / Mitchell Feldman Pubblicato con il permesso dell'autore e della rivista Down Beat.
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