PAOLO FRESU, THE SARDINIAN JAZZ MESSENGER Mitchell Feldman racconta per la prima volta al pubblico americano l'avventura musicale del trombettista di Berchidda in un articolo per "Down Beat", la più prestigiosa rivista jazz del mondo (click here to read the passage in English) | Paolo Fresu in una foto di Mitchell Feldman
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di Mitchell Feldman E’ in tour con circa duecento date l’anno, per fans che si affollano per ascoltare in concerto il suono distintivo della tromba che amano lungo la serie di album vincitori di premi e primi nelle classifiche. Quando non è in giro consulta lo staff dell’organizzazione culturale che dirige, per pianificare gli appuntamenti jazz di cui è direttore artistico, o organizza i seminari nei quali spiega la complessità dell’improvvisazione, composizione e della performance jazz ai giovani aspiranti musicisti. Espande il suo orizzonte creativo con collaborazioni multi disciplinari nei film, in teatro e nella danza, e nel tempo libero promuove le carriere di artisti emergenti, in patria e all’estero. Stiamo parlando di Wynton Marsalis, vero? Non proprio. Il trombettista in questione è Paolo Fresu, il quarantenne sardo che se ne sta in disparte, e che è un antidoto rinfrescante all’attitudine compiaciuta e neo-tradizionalista dominante in certi settori del mondo, che fa proseliti del “vero” jazz solo tra chi condivide un certo retroterra etnico e considera l’espressione “non vuol dire nulla se non ha quello swing” come una sorta di grido di guerra. Non è una sorpresa che la gente la cui conoscenza del jazz è limitata a ciò che viene fissato nei club americani dei canyon di cemento di Chicago o Manhattan (o definita dalla miope visione del documentario recente di Ken Burns, incentrato sull’America) possa non essere consapevole delle vibranti scene jazz che sono fiorite all’estero da decenni. Ciò che è ironico è che mentre i musicisti jazz di New York o della California non sarebbero in grado di pagarsi l’affitto se non fosse per una costante serie di impegni in Italia, Germania e Francia, Fresu (uno dei più famosi jazzisti europei e forse il più acclamato jazzista della sua generazione) ha raggiunto un tale livello di successo che gli permette di mantenere un pied-à-terre a Parigi, una casa nei boschi dell’Apennino tra Firenze e Bologna, e un ranch in Sardegna, senza essere mai andato in tour negli Stati Uniti come leader. Seguire Fresu per un anno, in giro per l’Italia, e sentirlo suonare in una varietà di contesti può fare molto per cambiare le parrocchiali percezioni di un annoiato giornalista americano riguardo a ciò che il jazz sia, e a chi sia adatto a suonarlo. Infatti, uno degli effetti liberatori che la continua esposizione alla scena jazz italiana può avere per un americano è che, ad un certo punto, il considerare la musica strumentale creativa come un’esclusiva forma d’arte diventa apertamente assurda. E’ impossibile sostenere la nozione che i musicisti europei non siano in grado di fare dello swing ascoltando i fluidi assoli di Fresu su “Anthropology” di Bird, “Doodlin” di Horace Silver o un qualsiasi numero dei classici del jazz moderno. Tuttavia, ciò che Fresu, i sui pari e suoi mentori europei non fanno è il limitare le loro scelte estetiche ad un’unica origine. Nel suo caso, non solo fa affidamento alla tradizione afro-americana cui ci si ispira da poco meno di un secolo, ma spilla tecniche per l’improvvisazione e la composizione che risalgono al Barocco e ad influenze antiche quanto l’eredità folk della sua Sardegna, che risalgono a circa tremila anni fa. Se il vivere oppressioni e discriminazioni è un prerequisito per suonare il blues, certamente l’appartenere ad una cultura che ha combattuto orgogliosamente per conservare la propria identità in seguito alle invasioni di fenici, romani, cartaginesi, vandali, bizantini, pisani, genovesi, catalani, inglesi, francesi e austriaci, e il crescere nella società insulare di una remota isola del Mediterraneo che combatte ogni giorno contro siccità e disoccupazione cronici, dovrebbero contare qualcosa. A suo favore Fresu evita di essere coinvolto in discussioni polemiche su cosa sia o meno il jazz, e preferisce conservare l’energia per giri di impegni tra i quali costantemente si destreggia. “Non mi faccio coinvolgere da questo tipo di discussioni”, ha detto Fresu, a pranzo, il giorno dopo aver suonato due set, spalleggiato da un trio locale, in Locanda Buatino, una piccola trattoria di Lucca. “Sono un suonatore di jazz ‘real time’ e lavoro sul momento, e devo essere consapevole di ciò che mi accade intorno attualmente. E quando guardo al passato è possibile che attinga tanto alla musica etnica sarda, alla Britannia o all’Africa quanto a Fauré, Monteverdi o Morricone”, ha poi spigato. “Ovviamente chiunque faccia jazz ha bisogno di essere esperto della musica tradizionale afro-americana per capirne storia, forma e vocabolario, ma dobbiamo capire anche la nostra storia e la nostra cultura”, ha continuato. “Nel mio caso è impossibile evitare il fatto che sia sardo, italiano ed europeo. Ma, detto questo, oggi è inutile parlare di jazz ‘europeo’ o ‘americano’, perché anche all’interno di queste aree geografiche vengono seguiti stili differenti con differenti approcci. Abbiamo musicisti in Europa che possono suonare hard bop o neo hard bop bene quanto un qualsiasi musicista americano, e ci sono artisti negli Stati Uniti che fanno free jazz come certa musica europea. Se dovessi etichettare ciò che suono e compongo, il miglior modo per descriverlo sarebbe ‘jazz contemporaneo in una matrice europea’”. La categorizzazione è un’osservazione centrata ed è ampia abbastanza da includere la vasta gamma di generi che Fresu abbraccia. In un qualunque giorno potrebbe suonare jazz mainstream ad un tributo a Chet Baker o Miles Davis con Enrico Rava; potrebbe suonare world music con il tunisino Dhafer Youssef, virtuoso di oud; potrebbe fare un assolo sugli stucchevoli arrangiamenti orchestrali del capolavori di Gil Evans e Miles Davis “Sketches of Spain” o “Porgy and Bess”; o raffinare “Heartland”, progetto crossover di jazz e musica classica per quartetto jazz, quartetto di archi e voce con David Linx, cantante belga; potrebbe creare una colonna sonora per un film come “Sonos ‘e Memoria” di Gianfranco Cabiddu; potrebbe apparire con “Angel”, il suo quartetto “francese” con il notevole chitarrista vietnamita Nguyen Le o potrebbe suonare col suo quintetto “italiano”, il cui ultimo cd, "Mylos", ha vinto il premio Django d’Or, Grammy jazz francese, per il miglior disco straniero del 2000. Insieme, questi progetti, che sono solo un assaggio di ciò che Fresu ha intrapreso in appena dodici mesi, formano uno dei più colorati mosaici musicali su entrambe le sponde dell’Atlantico. In ogni ambito Fresu mostra un virtuosismo che ha avuto origine dalle eclettiche fonti musicali che esplora da quando ha scoperto il jazz nel 1980 ed è diventato professionista nel 1982. Si possono sentire le passioni controllate di Davis e Baker nel suo suono attutito e senza vibrato; l’influenza di Miles e in più larga misura di Jon Hassell quando aggiunge l’elettronica; l’emotività ritmica di Don Cherry quando si avventura nel reame della world music e nel romanticismo di Kenny Wheeler o la limpidezza e semplicità di Rava nelle sue composizioni. “Miles a Chet sono i trombettisti che preferisco in assoluto, ma ho imparato molto anche ascoltandone altri come Clifford Brown, Lee Morgan e il primo Freddy Hubbard”, ha detto Fresu. “Tra le persone attive oggi ammiro Tom Harrell e, ovviamente, Rava”. Jazzista italiano più famoso a livello internazionale, Rava è stato il primo di una serie di mentori più grandi che includono il batterista Aldo Romano, il virtuoso clarinettista e sassofonista Gianluigi Trovesi e il bassista Paolo Damiani che hanno incoraggiato Fresu. Raggiunto a casa durante il suo unico giorno libero tra il ritorno da una serie di appuntamenti in Spagna e Portogallo e la partenza verso la Bulgaria, Rava ricorda il suo primo incontro col giovane sardo. “Conosco Paolo dal 1982, quando frequentò un seminario di due settimane che tenevo a Siena”, ricorda Rava. “La sua conoscenza del jazz non era molto profonda, ma suonava già piuttosto bene ed era brillante, intelligente e molto originale. Una volta finito il seminario, avevo in programma un paio di ingaggi in Germania con Albert Mangelsdorff che non potevo fare e suggerii di sostituire me con Paolo. La mia fiducia in lui era ben fondata dal momento che ciò che mi venne riportato fu che lui aveva fatto la sua parte.” Una tecnica notevole e abbondanza di idee non sono le uniche cose che fanno una carriera jazz e Rava, che si unirà di nuovo a Fresu il 14 agosto per un incontro di trombettisti a Berchidda durante il festival "Time in Jazz", ha messo in evidenza alcune delle caratteristiche principali che hanno aiutato a distinguere Fresu dal resto della banda. “Uno dei problemi, oggi, è che troppi musicisti suonano in modo simile. Tuttavia il suono di Paolo era fresco già dall’inizio. Ciò che ammiro in esso è che è una vera espressione della sua persona. Può fare cambiamenti tanto velocemente quanto gli altri, ma il suo stile, come Miles o Chet, non è impetuoso, non riguarda la bravura. Riguarda il distanziare, il ritmare e il respirare. Tutti i grandi trombettisti – Louis Armstrong, Bix Beiderbecke, Roy Eldridge, Kenny Dorham, Clifford Brown, Art Farmer- suonano due note, e si possono riconoscere. Ci sono alcuni grandi nomi del jazz che suonano da trent’anni e non hanno ancora sviluppato un suono distintivo come ha fatto Paolo”. Sebbene Fresu si sia diplomato in tromba al Conservatorio di Cagliari nel 1984 e abbia anche frequentato la prestigiosa Università di Arte Musicale e Drammatica di Bologna, la sua formazione musicale è iniziata a undici anni, quando suonava la tromba nella banda di Berchidda, suo paese natale. Situato in cima ad una collina della Gallura, il paese guarda su un territorio che in estate diventa color khaki e ricorda il setting desolato di uno “spaghetti western” di Sergio Leone. Un insolito punto di partenza per una carriera jazz internazionale, Berchidda era conosciuta prima solo per la corteccia di sughero tolta dalle querce nodose che si arrampicano nel suo panorama roccioso, il Vermentino bianco e secco e il pecorino fatto con il latte delle pecore i cui greggi chiazzano la campagna circostante. Oggi, grazie al festival "Time in Jazz", l’evento multidisciplinare che Fresu ha fondato nel 1988 e che include una componente di arti visive e cinematografica così come concerti, Berchidda e fissato come un posto negli itinerari di jazz cutting-edge e di musicisti di tutto il mondo che vengono in tour in Europa a metà agosto. Un segno di gratitudine per un paese rurale dal suo figlio più famoso, l’evento fornisce un lancio pubblicitario molto apprezzato per l’economia locale mentre presenta uno dei programmi più avventurosi nel circuito dei festival estivi internazionali. Quest’anno il suo direttore artistico ha ovviamente voluto onorare lo strumento del suo successo poiché il festival "Time in Jazz" 2001 presenterà, fra 12 e 15 agosto, una cornucopia multi nazionale di trombettisti, includendo il americano Jon Hassell, il norvege Nils Peter Molvar, il polaco Tomasz Stanko, lo svizzero Franco Ambrosetti e gli italiani Fresu, Rava, Flavio Boltro, Marco Tamburini e Fabrizio Bosso.
Mitchell Feldman traduzione di Laura Onano
PAOLO FRESU – Discografia selezionata: con Elena Ledda, Antonello Salis, Coro “Su Concordu ‘e Su Rosariu” di Santalussurgiu e altri "Sonos ‘E Memoria" ACT 9291 2001 Paolo Fresu Quintet "Mylos"* RCA Victor-BMG France 2000 con Nguyen Le Bakida "ACT" 2000 Paolo Fresu "Berchidda" - The Italian Years Splasc(h) 1999 Paolo Fresu Quartet "Metamorfosi" RCA Victor-BMG France 1999 con Enrico Rava "Shades of Chet" Via Veneto-BMG Italia 1999 Paolo Fresu Quartet "Angel" RCA Victor-BMG France 1998 con Trilok Gurtu "The Glimpse" CMP Records 1997 Paolo Fresu Quintet "Night on the City"* Owl-EMI France 1995 con Aldo Romano "Prosodie" Verve/Polygram 1995 con Michel Portal "Cinemas" Label Bleu 1995 con John Taylor "Contos" Egea Records 1995 con Paolo Damiani "ESO" Splasc(h) Records 1994 Paolo Fresu Quintet w/ Gianluigi Trovesi "Ensalada Mistica" Splasc(h) 1994 Paolo Fresu Quintet w/ David Liebman "Inner Voices" Splasc(h) 1986 * Vincitore del premio francese Django d'Or per il miglior disco straniero Siti Internet: - Paolo Fresu: www.thanitart.com/paolofresu - Time in Jazz Cultural Association: www.timeinjazz.it
© Agosto 2001 / Mitchell Feldman Pubblicato con il permesso dell'autore e della rivista Down Beat.
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