"L'ALEPH", OVVERO LA VERTIGINE DEL GENIO Jorge Luis Borges non ha mai vinto un Nobel perché il Nobel è tristemente segnato dalla politica. Lui, in realtà, si occupava solo di costruire le sue torri altissime, edifici intellettuali di luce purissima. E i lettori, riverenti, ringraziano | |
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"L'Aleph" di Jorge Luis Borges (lire 10 mila, Feltrinelli) è uno smilzo volumetto in paperback quello che ha il destino di segnarti l'anima come una cicatrice virile di guerra. Niente a che fare con lo struggimento del sentire o il pantano dei sensi, niente che passi per il cuore: è l'anima razionale la vittima ipnotizzata da quest'architetto metafisico. Jorge Luis Borges non ha mai vinto un Nobel perché il Nobel è tristemente segnato dalla politica - come se tra i geni più eccelsi non ci siano state anche carogne naziste. Borges pagò quello che, più che un consenso, fu un'acquiescenza alla squallida dittatura militare argentina. Lui, in realtà, si occupava solo di costruire le sue torri altissime, edifici intellettuali di luce purissima che sfiorano, per la stessa loro natura, con la punta estrema del loro genio razionale, l'ignoto, il magico, il mito. A queste vette Borges t'innalza per poi precipitarti in un abisso dato soprattutto dall'illusione dell'altezza. Così è ogni racconto dell'Aleph, il libro nel suo complesso forse più riuscito e accessibile; dove ogni aggettivo è la somma di mille aggettivi, ogni parola è una statua di pietra con un cuore segreto. Borges scrive per sottrazione. Il superfluo non ha spazio nei suoi racconti, più che stipati, irrimediabilmente densi di richiami, citazioni vere o false, ellissi e riferimenti quasi iniziatici. Per questo Borges lascia per strada con noncuranza tanti lettori, spesso infastiditi da quello che si lascia scambiare per snobismo, e che invece è una scelta linguistica di bellezza. I suoi racconti partecipano del bello vertiginoso del genio. E chi dice che la bellezza senza sentimento è fredda e quindi incompleta, non ha probabilmente mai goduto dell'esaltante soffio di chi si avvicina alla perfezione di un'idea, di chi, a contatto con un'opera filosofica, teologica o scientifica, sente aprirsi una porta di luce. Borges avrebbe potuto scegliere di essere filosofo, teologo, scienziato. Ha scelto di essere scrittore. I lettori, riverenti, ringraziano.
Ford Prefect
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