"LA VERSIONE DI BARNEY", OVVERO LA VERSIONE DI BELLOW Verrebbe voglia di parlarne male, visti i tanti inni di gloria. Ma il libro di Mordechai Richler è bello e godibile e mai banale. E ha un creditore letterario: il "Dono di Humboldt" di Saul Bellow. Ci sono libri che è meglio non far leggere ai propri figli: questo preferirei non fosse letto dai miei genitori | |
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Verrebbe voglia di massacrarlo gratuitamente, questo libro ("La versione di Barney" di Mordechai Richler, edito da Adelphi, 34 mila lire), tali e tanti sono stati gli inni e i gloria in suo favore innalzati da salmodianti critici, letterati e più o meno affini. Giulianone Ferrarone ha scomodato tutta la sua adiposa e tonante ammirazione per Barney, al punto di dedicargli una curiosa rubrica esegetica sul suo Foglio. E inevitabili sono stati i rimbalzi sui settimanali con intervistine, giochini e test. La buriana è finita, per paradosso, proprio alla morte dello scrittore, la cui sardonica effigie in bianco e nero sequestra fin dalla copertina l'immaginazione del lettore per sovrapporsi alla faccia letteraria del protagonista e alter-ego Barney Panofsky. Verrebbe voglia al lettore misterioso - si diceva - di esercitare il proprio spirito di contraddizione: e invece il libro è bello, godibile, ha della tragicommedia senile, della satira e del giallo con sorpresa finale; e raramente scivola nel banale. Inoltre, ti "fermenta dentro" come solo i buoni libri fanno. Mena botte feroci alla piaga neoconformista del "politicamente corretto" e solo per questo si rende simpatico; anche se su questo potrebbero ammucchiarsi badilate di riferimenti a un illustre predecessore nella letteratura ebraico-americana: "Il lamento di Portnoy" di Philip Roth - e chi non l'ha mai letto, lo legga, ché ne vale la pena. Ma delle analogie e assonanze Barney-Portnoy si è già detto e stradetto, soprattutto i critici americani ne hanno fatto un piede di porco per snobbare il Barney. A me diverte, invece, rintracciare un altro illustre creditore letterario, anch'egli ebreo americano: il Saul Bellow del "Dono di Humboldt". Questo libro è inspiegabilmente fuori produzione in Italia: l'ho recuperato per caso in una bottega di libri usati a Trastevere. La casa editrice è (sarebbe) Rizzoli. La storia è quella di uno scrittore-giornalista, Charles Citrine, apprezzato abbastanza da galleggiare appena sopra l'anonimato; della sua tormentata vita sentimentale di multidivorziato; della sua difficile amicizia con un geniale scrittore ed accademico a nome Humboldt von Fleischer. Chi ha letto il Barney sentirà già qualche curiosa eco. Ma nel "Dono di Humboldt" l'assonanza che mi colpisce di più è meno concreta: il protagonista, come Barney, soffre profondamente l'appressarsi galoppante della vecchiaia, della debolezza, del tempo in cui, a breve, i sensi si intorpidiranno. È l'effetto che, in entrambi i romanzi, tocca più nel profondo. Ci sono libri che è meglio non far leggere ai propri figli: quello di Bellow preferirei non fosse letto dai miei genitori. Non è una dissuasione a leggere il Barney, anzi: cercate e leggete invece le versioni di Richler, di Roth, di Bellow. Se ne esce arricchiti, anche se un po' tristi.
Ford Prefect
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