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LA PAROLA CINEMA ESISTE
TUTTO VERO, MA NON SERVE UNA NUOVA LOBBY 
 

di Gianni Olla

Le sacrosante rivendicazioni dei sedici cineasti - tra cui molti professionisti, cioè operatori a pieno titolo della macchina cinema nazionale e già con un piccolo curriculum alle spalle, uscite in festival europei, vendite alle televisioni - che hanno fatto appello, per l'ennesima volta, alla politica, cioè a leggi che introducano "la parola cinema" nell'ambito della cultura e dello spettacolo regionale, inducono non poche riflessioni, che si situano anche al di là di quelle stesse rivendicazioni. Riguardano, per esempio, il luogo della rivendicazione: il cinema Odissea. Fino ad un mese fa non c'era, ed è sorto per iniziativa privata: una sfida, da parte di alcuni giovani imprenditori (e imprenditrici) della cultura a ciò che si spaccia per "immobilismo sardo": un luogo comune.

Fino a tre mesi fa, d'altro canto, non c'era neanche il cinema Greenwich, dove il film di Giovanni Columbu, "Arcipelaghi", è stato proiettato per un intero mese e il regista, spesso, si è intrattenuto con gli spettatori a fine proiezione. Una circostanza encomiabile e quasi commovente, ma non sempre ripetibile: l'arte di arrangiarsi ha i suoi limiti naturali. Tornando indietro nel tempo - ma non di tanti anni - si può riferire lo sconforto di Salvatore Mereu di fronte alle non risposte regionali: chiedeva pochi soldi per ambientare in Sardegna il suo saggio di regia alla Scuola Nazionale di Cinema. Non una cosa da poco: il marchio dell'assessorato alla Cultura in un film prodotto dalla Scuola Nazionale di cinema dovrebbe essere di gran vanto, ma così non è stato. Poi anche lì alcune cose sono cambiate e lo stesso Mereu, per il suo prossimo film ha potuto contare su Regione e Istitituto Regionale Etnografico. Infine, un'azienda milanese di supporto alla produzione cinematografica, la Movie People, ha deciso, sempre qualche mese fa, di portare macchinari e uomini in Sardegna, di assumere giovani, contando non solo sul target primario della pubblicità, ma anche sulla possibilità di location interessanti e a costi contenuti.
Insomma le cose cambiano, sebbene lentamente e quasi impercettibilmente.

E quest'affermazione non vuole certo difendere gli abissali vuoti della politica culturale pubblica, ma mettere in guardia da un pericolo contrario: che la risposta stia nella nascita di una nuova lobby, le cui rivendicazioni sono, come si è già detto, giustissime, ma che finirebbe semplicemente per ritagliarsi una fetta di torta dal caos della programmazione culturale pubblica. D'altro canto, non solo in Regione manca una legge sul cinema e sugli audiovisivi, ma anche una sul teatro, o sulla musica. Si procede a vista da quarant'anni, con una sorta di tradizione che è diventata legge materiale, concreta. Magari, nel frattempo, come chi scrive pensa, è cambiato il paesaggio di riferimento: il cinema, cioè, interessa non solo chi lo fa, ma anche chi lo vede e lo diffonde: i locali e le cineteche (che esistono da più di qualche mese), gli operatori culturali e quelli tecnici, il pubblico, le scuole che ormai lo usano nei programmi scolastici. Tutti queste categorie, o frammenti di un fenomeno ampio che è contemporaneamente cultura e spettacolo, si arrangiano benissimo, ma pur sempre si arrangiano.

Per questo il problema è, ad un tempo, più complesso e più semplice. Ad esempio, una legge che protegga i registi isolani rischia di creare delle figure di regime: coloro che interpretano la Sardegna nel modo giusto. Non credo ce ne sia alcun bisogno, e d'altro canto, il nuovo del cinema sardo è direttamente legato al nuovo della narrativa letteraria che ha trovato ottimi sponsor in case editrici regionali. Via la muffa dell'immobilismo astorico e atemporale con il quale è stato prevalentemente interpretata la nostra isola, anche da viaggiatori illustri ai quali abbiamo creduto, fino a farne una nostra immagine. Largo alla Sardegna, qui e ora: il folclore (graditissimo) da una parte, l'elaborazione romanzesca e creativa dall'altra, con assoluta libertà di raccontare cose sgradite anche all'immaginario dominante, che spesso si offende perché qualcuno critica il formaggio sardo.
Invece, una semplice leggina che abbatta i costi di produzione (cioè viaggi, alberghi, etc.), automaticamente, sarebbe utilissima sia a chi vuole usare la Sardegna come set spettacolare e per buona parte dell'anno, sia agli stessi autori sardi, che troverebbero produttori più disposti.

Così come, una leggina che incentivi la conoscenza, la divulgazione, la diffusione del cinema memoriale regionale (vastissimo, testimonianza storica), o che favorisca la formazione audiovisiva nelle scuole, o anche che invogli le televisioni regionali pubbliche e private a produrre piccoli film (magari corti) d'autore, sarebbe di grande utilità, non costerebbe molto e sarebbe un buon segnale di cambiamento di prospettiva.

Gianni Olla

 

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