LA PAROLA CINEMA ESISTE I SOLDI NON BASTANO, DOV'È LA POLITICA? | |
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di Antonello Zanda Il 2001 è stato un anno d'oro per il cinema in Sardegna. Da più punti di vista. Sono cresciute le sale (ben 17, tutte a Cagliari e dintorni, purtroppo): due al Greenwich, tredici al Warner Village e le ultime due all'Odissea. E sono cresciute anche le produzioni cinematografiche nell'isola: cinque i film lungometraggi, girati in Sardegna, che hanno illuminato gli schermi italiani. Difficile concludere che si tratti di una rivoluzione culturale, ma vedremo nei prossimi mesi se tutte le sale sapranno mantenere le porte aperte e se dietro questa improvvisa e florida produzione autoriale c'è una vera inversione di tendenza. Intanto, proprio all'Odissea recentemente inaugurato, i registi sardi si sono autoconvocati per mostrare a tutti le condizioni in cui si trovano ad operare come autori di cinema. Un po' timidamente, per non indurre l'equivoco di un "cahiers de doléances" corporativo, i registi uniti rendono pubblico un appello e sottolineano che stanno "solo" lanciando un sasso. Il primo obiettivo è quello di richiamare l'attenzione dei sardi e delle istituzioni isolane sul pericoloso vuoto legislativo che condanna la creatività dei cineasti a soccombere quasi sempre davanti all'impresa di una produzione cinematografica nell'isola. Gli autori (Gianfranco Cabiddu, Maria Teresa Camoglio, Giovanni Columbu, Giovanni Coda, Antoin Cucca, Antonello Grimaldi, Gavino Ledda, Piero Livi, Roberto Locci, Salvatore Mereu, Tonino Nieddu, Pier Giuseppe Murgia, Enrico Pau, Enrico Pitzianti, Giancarlo Planta, Piero Sanna) firmano un documento in cui si chiede concretamente che "la parola cinema sia riconosciuta nella legislazione riguardante la cultura" e venga inserita espressamente nel dispositivo di legge. Non è questione di poco conto: sarebbe già un importante risultato che la cultura in Sardegna non si articolasse soltanto sulle voci del teatro, della musica e della danza (ma se la cultura non deve ridursi tutta ad esibizione spettacolare, viene da chiedersi: e le arti figurative? e quelle letterarie?). In realtà anche questo non è sufficiente e i registi lo sanno bene. Perciò alzano il tiro sulla necessità - puntualizza ancora il documento - che le forze politiche si impegnino affinché la Regione si doti di un'apposita legge sul cinema, come è già avvenuto in altre regioni italiane, che dia ossigeno ai "progetti, la produzione e la circuitazione e la promozione delle opere filmiche". In sostanza non è solo una questione di soldi. Un'economia, soprattutto locale, oggi deve reggersi non solo su adeguati strumenti legislativi, inequivocabilmente necessari per dare supporti organici alle espressioni culturali che disegnano l'orizzonte di appartenenza e le dinamiche di sviluppo di un popolo. Un'economia deve creare insomma le condizioni per una crescita locale che si misuri culturalmente con le forze che agiscono su coordinate globali. Non solo leggi, quindi, ma un'articolazione strutturale del sistema-paese sardo che stimoli i produttori cinematografici ad investire nell'isola. Di fatto nessuno vuole fare film in Sardegna perché girare nell'isola costa più che altrove. E le ragioni sono diverse. Per citarne solo alcune: non c'è continuità territoriale, mancano le professioni nell'isola, mancano i servizi di appoggio produttivo, il tessuto economico che dovrebbe reggere l'indotto è sfilacciato e incapace di reggere, e così via. Manca cioè un'economia articolata in grado di guardare al di là del proprio naso. Così chi volesse girare un film in Sardegna dovrebbe portarsi tutto l'occorrente da fuori. I produttori non sono sciocchi e se ne guardano bene. Perché allora le istituzioni non intervengono a sostegno di un settore che darebbe sviluppo - e si costituirebbe comunque come un indicatore di crescita - per contagio a tutta la cosiddetta "industria culturale" in Sardegna? È difficile essere ottimisti quando gli scranni dei nostri parlamenti isolani sono scaldati da siffatta classe politica. Ma ad essere sinceri in passato l'ottimismo se n'è andato a farsi benedire anche quando la fiducia riposta in alcuni esponenti politici invitava a facili brindisi. È pertanto più facile indovinare un 6 alla lotteria che immaginarsi come andrà a finire. Nel frattempo si può solo raccogliere il testimone lanciato dai registi e operare affinché si diffonda la consapevolezza che un discorso di sviluppo del cinema nell'isola tenga conto di tutte le forze che giocano in campo. Il legislatore deve cioè prima di tutto guardarsi intorno e vedere qual è la realtà complessa dei soggetti che per la forma cinema hanno già sviluppato un discorso concreto. Una legge sul cinema infatti non può affrontare esclusivamente il problema della produzione infischiandosene di tutti quei momenti e soggetti che fanno vivere il film una volta terminati i titoli di coda. Una legge specifica sul cinema in Sardegna deve muovere dall'intenzione di armonizzare tutti gli aspetti che a questa forma d'arte sono legati: la produzione certamente, ma anche la formazione, la distribuzione, la diffusione, la promozione e la conservazione (in altri termini: una scuola di base per le professioni del cinema, strutture, festival, rassegne, concorsi, film commission, società di servizi, distributori, esercenti, associazionismo, Cineteca Sarda). In definitiva il cinema produce cultura e memoria se entra nel circolo di questi elementi, se si costituisce cioè come progetto ad un tempo cinematografico e cinetecario. Forse non si potrà disquisire di "scuola sarda", ma almeno quando diremo "cinema in Sardegna" sapremo di cosa stiamo parlando.
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