| UN
DEBUTTO LETTERARIO PARLANDO DI
"STREGHE" | |
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"Streghe"
è il titolo dell'opera prima della giovanissima
scrittrice Claudia Musio, classe 1981, pubblicato
dall'Aipsa, nella collana "Minores" che raccoglie libri di piccolo
formato: opere prime, prove di scrittura di chi non sa di essere
scrittore (Pagg. 280, Prezzo: Euro 6,20).
Le onde si spengono sulla spiaggia lentamente, lasciando sulla sabbia una debole traccia. Da lontano, alcuni pescatori tornano a casa sulle barche colme di pesce, che rivenderanno la mattina presto al mercato del paese.
Il sole sta cominciando a tramontare; presto sarà notte e ogni cosa si confonderà nel buio, diventando cupa e misteriosa.
Amo l’oscurità; c’era un tempo in cui la luce del sole mi dava gioia, un tempo in cui una giovane donna credeva che la sua vita sarebbe stata come quella di molti altri. Come sono lontani quei momenti.
La mia esistenza è come un fiume, le cui acque non smettono mai di scorrere. Una corrente carica di ricordi mi travolge, mentre osservo in silenzio l’acqua che bagna la riva.
Mi fermo per un attimo e sfioro con una mano la sabbia umida. Non mi piace non avere nulla da fare; riflettere mi riporta alla mente tante situazioni, tante persone che non rivedrò mai più, poiché il loro spirito ha trovato la pace.
Io non avrò mai un attimo di pace; la mia condanna è solida come una roccia, che resiste strenuamente agli attacchi dell’uomo e della natura. Può modellarsi, erodersi, ma sarà sempre lì a ribadire l’ineluttabilità della sua presenza.
Non voglio ricordare, non voglio sentire in quello che resta del mio cuore quella sensazione che conosco così bene, la nostalgia.
Nostalgia di una vita perduta, di un amore spezzato; c’è stato un tempo in cui credevo che qualcuno mi proteggesse dall’alto, che vegliasse su di me, come una madre con il suo bambino. Ora so che non è così; non c’è nessuno, tranne me stessa, tranne la forza che ho dovuto trovare dentro e che nessuno mi ha dato.
Che fine ha fatto quella ragazza solare che aveva tanti progetti per il suo futuro?
C’è una roccia in fondo alla spiaggia, nella quale le onde si infrangono violentemente.
Quella giovane è morta così, con i sogni spezzati contro una realtà troppo dura, che l’ha calpestata ed umiliata. Al suo posto è comparsa una donna fredda e angosciata, persa in un vortice di rimpianti e dolore, una farfalla che vaga senza meta da un fiore all’altro e che, al contrario di tutte le altre sue simili, non può abbandonare una vita che non vuole più.
Le luci di un paese vicino cominciano ad intravedersi nella semioscurità.
Mi siedo sul bagnasciuga, allungando le gambe, così che i miei piedi si bagnino nell’acqua.
La notte. Ho imparato ad amarla, a rispettarla, a trovare nel suo lato oscuro il conforto alle mie sofferenze.
Nella notte posso cercare di dimenticare, di cadere in un oblio tanto profondo da perdere la mia identità. Mi sembra allora di essere una sola cosa con la natura, con gli animali, con tutto ciò che mi circonda, e, almeno per un attimo, metto a tacere la mia memoria secolare.
Ho passato gran parte della mia vita a controllarmi, perché gli umani sono per natura stupidi e paurosi.
Se scoprissero la mia identità resterebbero sconvolti e poi cercherebbero di distruggermi.
E pensare che tanto tempo fa ero una di loro, passeggiavo per le strade di Madrid come tante altre ragazze e facevo progetti, ignara di ciò che la vita aveva in serbo per me.
Sono diventata una strega.
Avevo 18 anni e un radioso futuro davanti.
In un attimo, mentre un medaglione blu cupo si chiudeva attorno al mio collo, abbandonai la mia vita mortale e mi ritrovai perduta in quello che io chiamo l’Infinito.
Un infinito senza pace, senza calore, senza amici.
La vita di una strega non è affascinante come quelle che si vedono nei film o si leggono nei romanzi horror.
Sei sola e vedi passare davanti al tuo viso rassegnato gli anni, i decenni, i secoli, dove uomini e donne si sono incontrati, si sono amati e hanno vissuto insieme fino alla fine della loro esistenza.
Ecco cosa invidio agli umani; si cercano, si innamorano e se vogliono si creano una famiglia.
La mia famiglia è morta da molti secoli, ormai.
Ho sentito spesso dire che la solitudine tempra il carattere; credo sia vero.
Nel petto non mi batte più un cuore, ma un pezzo di ghiaccio, che diffonde il suo gelo in tutto il mio corpo, fino ai miei occhi azzurri.
Quando qualcuno mi abbraccia, e questo accade di rado, si ritrae subito spaventato, perché percepisce il freddo che si irradia dal mio essere, dalle mie labbra, dal mio respiro.
Chiudo gli occhi e rivedo davanti a me un’immagine familiare. Un ragazzo dai capelli castani e gli occhi verdi mi sorride, allungando le braccia nella mia direzione.
Vorrei correre ad abbracciarlo, sentire ancora la sua voce; ma lui adesso non c’è più, sepolto sotto un metro di terra.
È stato il mio primo ed unico amore: Martin.
Lo conobbi nel 1510 quando avevo 18 anni.
Claudia
Musio | |