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Rock on Godot a cura di Massimiliano Pani   

NÉ NERO, NÉ BIANCO:
SOLO BEN HARPER

Solo adesso ci si sta accorgendo anche in Italia di questo ragazzo mezzo nero e mezzo no. "Diamonds on the inside" è superbamente suonato e cantato, ma soprattutto ricchissimo di idee e di spunti. Dal blues al funk, dal rock al country, passando per splendide ballate acustiche, attraverso reggae, folk e anche gospel

Ben Harper - Diamonds on the inside

Ben Harper - Diamonds on the inside


Dopo aver ascoltato l’ultimo disco di Ben Harper viene naturale chiedersi come mai lui non sia straordinariamente famoso, acclamato da critica e pubblico, osannato come uno dei musicisti più puri del nostro tempo. E perché solo adesso, dopo dieci anni di carriera, ci si sta alla buon’ora accorgendo anche in Italia di questo ragazzo mezzo nero e mezzo no. Solo adesso, perché con l’ultimo album “Diamonds on the inside” l’artista californiano ha finalmente conquistato la testa di molte classifiche di vendita, compresa quella nostrana. 

L’ultima fatica di Ben Harper, lontano mille miglia dagli album fatti di brani tutti uguali (per non disorientare il pubblico, parrebbe. Mah), inizia con un reggae intitolato “With my own two hands” che non sfigurerebbe nel repertorio di Bob Marley. Poi si passa dalla chitarra “slide” di “When it’s good”, dal country della titletrack per arrivare al rock di “Touch from your lust”. Proseguendo, ad una meravigliosa ballata come “When she believes” si perdona anche una fisarmonica un po’ stucchevole, e successivamente ci si può godere “Brown eyed blues” (citazione di James Brown anche nel titolo?) e il funk trascinante di “Bring the funk”. E poi altro blues e altro rock (“Temporary remedy”, “So high so low”), altre ballate acustiche (“Amen omen”, “She’s only happy in the sun”), perfino un gospel (“Picture of Jesus”) e altro ancora.

Insomma, un disco che certo non rischia di annoiare, ma che anzi entusiasma. Del resto Harper l’eclettismo l’ha proposto sin dal suo esordio nel 1993 con il disco “Welcome to the cruel world”. Con quel lavoro si era imposto come uno dei migliori chitarristi in circolazione, oltre che per una voce molto evocativa e una variegata capacita compositiva. Il suo successo rimaneva però limitato all’Europa, così come per l’album successivo “Fight for your mind” del 1995, e anche per il terzo “The will to live” del 1997. Senza diventare una star, cosa peraltro lontanissima dal suo modo di essere e proporsi, Harper ha continuato però nel tempo a fare proseliti e a catturare pubblico. E i risultati si sono visti con “Burn to shine” del 1999 e con il doppio “Live from Mars” del 2001, con i quali la sua fama comincia ad aprirsi vero un pubblico sempre più vasto. 

C’è anche da dire che lui è sempre stato un fautore della musica impegnata, descrivendo una quotidianità che spinga le persone a porsi delle domande, esortandole al cambiamento. Ma anche di più: cantando la volontà di costruire la pace con le nostre mani, e l’esigenza di fuggire da un futuro che sarà autodistruttivo se non ci sarà un richiamo al disarmo. Così come canta nell’ultimo album.

Per tutte queste buone ragioni in molti aspettavano il quinti lavoro del chitarrista californiano, uno che del fatto di essere nero (ma non solo) e anche bianco (ma non proprio) ha fatto la sua filosofia artistica. La quale emerge proprio in questo “Diamonds on the inside” che sta anche vendendo molto bene (sorprendentemente), e sta consacrando Harper come una stella polare della musica dei nostri giorni. E ci mancherebbe altro.
 

Massimiliano Pani

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