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Lettere a Godot   
IL BISOGNO DI RICORDARE SERGIO ATZENI
UNA RIFLESSIONE SULLA SUA EREDITÀ MORALE
 


Scrivo questa lettera per ricordare Sergio Atzeni, dalla cui scomparsa sono trascorsi ormai più di sette anni. Di quella che, secondo un’opinione largamente condivisa, risulta essere una figura eminente della letteratura sarda, non posso avere l’approfondita conoscenza di cui taluni critici hanno, in passato, dimostrato di essere in possesso. Proprio per questo, nel tentare di ricordarlo, mi baserò unicamente sulle impressioni ricavate dalla lettura di alcuni suoi scritti, evitando i toni quasi confidenziali cui altri hanno fatto ricorso allorquando, all’indomani della sua improvvisa e per questo ancor più tragica morte, si sono impegnati a tracciarne il profilo.

Da quanto emerge dal testo di una conferenza da lui stesso tenuta (testo riportato nelle pagine che seguono il racconto "Campane e cani bagnati"), Atzeni si riproponeva di "raccontare la Sardegna", di "raccontarla tutta", nella sua complessità. Da quella piccolo-borghese delle vie del centro di Cagliari a quella aspra e quasi brutale del più remoto entroterra, egli intendeva raccontare la realtà dell’Isola in ogni suo aspetto, ponendosi nella prospettiva dello scrittore medio, che non ambisce ad essere elevato ai livelli di una grazia Deledda o di un Sebastiano Satta, ma non accetta neppure di assumere i caratteri del "poeta maledetto". 

Ecco, leggendo delle vicende della sua vita e valutando una seppur minima parte del patrimonio personale ed ideologico che ha lasciato, proprio l’aggettivo “medio” poco si addice, secondo me, alla figura di questo "sardo, randagio, anarchico e quarantenne", il quale, nel momento in cui decise di abbandonare la sua città ed un impiego stabile, operò tale scelta proprio perché avvertiva Cagliari come "stretta, provinciale, untuosa, morta…". 

Credo che, nel profondo, amasse la Sardegna, e gli vada riconosciuto il pregio di scrivere sempre su fatti e situazioni che conosceva e che lo interessavano, come la vita nelle miniere gli anni della contestazione. In tal senso, una linea di continuità sotto l’aspetto narrativo e contenutistico può essere rilevata tra "Si..otto" e "Il Figlio di Bakunìn" (da cui l’omonimo film diretto da Gianfranco Cabiddu e prodotto da Giuseppe Tornatore). 

Entrambi i sopra citati testi rispondono infatti ad un identico schema, procedendo dalla descrizione di una vicenda o di un personaggio centrale che l’Autore sfrutta per poi narrare una serie di storie "collaterali" rispetto al nucleo centrale dell’opera. I protagonisti principali sono poi mossi dall’identico entusiasmo, sentimento che, pur manifestandosi talvolta in maniera irrazionale, si traduce nella ricerca di un’idea, di un valore che sia per loro guida verso il riscatto dalla condizione che la quotidianità impone. 

Eppure, determinati concetti non sono integralmente recepiti dagli studenti impegnati nell’occupazione del Siotto o dai minatori delle gallerie di Montevecchio: Stalin non è visto solo come il dittatore che ha tradito i principi della Rivoluzione d’Ottobre, ma è anche inteso semplicemente come il simbolo di un mondo dove i lavoratori non sono costretti a rischiare ogni giorno la vita nei cunicoli delle miniere. 

Ancora, Bakunìn appare alternativamente o come un liberatore o come una sorta di demone sacrilego, mentre Gramsci viene descritto come una: "persona importante" il cui pensiero è di difficile comprensione causa la "sintassi troppo contorta" che ne appesantisce l’esposizione. 

Ma quanto, secondo me, costituisce il carattere primario dei protagonisti dei racconti di Atzeni è proprio questa forte passione, il bisogno di credere in un principio in nome del quale agire. Volendo azzardare una conclusione, penso che lo stesso entusiasmo e la medesima passione presenti nella sua opera siano stati i valori che ne hanno caratterizzato l’esistenza, e che gli siano venuti meno solo quando questa è stata sommersa dalle onde dell’isola di San Pietro.

Carlo Dore Jr.
Cagliari

 

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