RISATE
E CHIANTI, CHIANTI E RISATE Leonardo
Capuano, Zero spaccato,
Teatro di Molinella (BO), 27
ottobre 2002 |  | Leonardo
Capuano in "Zero
spaccato" |
|
|
Se
credete che le colline senesi siano una trovata
dell’assessore al turismo della Regione
Toscana (in collaborazione con MTV...); se
pensate di affittare alla Franco Rosso il
giardino della vostra villetta a schiera come
“esclusivo fazzoletto di paradiso immerso nel
verde”; se pensate che tra la “Venere” di
Botticelli e Donatella Versace non ci sia alcuna
differenza, ebbene, significa che probabilmente
su una trave del vostro soffitto campeggia una
scritta: “La verità è concreta”. Bertolt
Brecht, per rammentarsi quotidianamente questa
massima, aveva appeso al collo di un asinello di
legno presente nel suo studio un cartellino, con
su scritto: “Devo capirlo anch’io”.
Il teatro italiano, insieme al grande tedesco,
sembra essersi sbarazzato definitivamente di
qualsiasi curiosità sul vero, salvo poche,
carbonare eccezioni, che rispondono alle
sollecitazioni o alle urgenze di un io in
esilio, scavalcando dunque qualsiasi disegno
comune di risocializzazione del teatro. E quanto
più tali urgenze soddisfano una solitudine
poetica, magari vigilata, consapevole e tenuta
occulta (e non tanto per una vanità della
diversità, quanto piuttosto per una reale
necessità espressiva), ecco che la trasmissione
di un’opinione sul vero acquista senso e
dignità.
L’unicità di Leonardo Capuano, nato a
Cagliari e trapiantato ormai da anni in terra di
Toscana, sembra proprio figlia di un isolamento
cocciuto, tuttavia smaliziato, cinico e
giustamente arrogante quando si tratta di
sintonizzarsi con le ubriacature della Storia,
quelle che appartengono ai piccoli personaggi
che sorreggono il firmamento del nostro
quotidiano, sempre più provinciale quanto più
lo crediamo esclusivo. Egli investe il proprio
lavoro teatrale di una visionarietà drammatica
e personalissima che, pur essendo espressione di
una presenza vissuta da straniero, custodisce
paradossalmente una verità “asinina”, nel
tratteggiare la drammatica evidenza del tempo
presente.
Zero spaccato, il suo ultimo lavoro, è la
messa in posa di una lapide sul mondo. Un
paesaggio mesto e desolato, statico, come
stampato sulla lastra della memoria, che bene si
adatta alla serata vampira trascorsa al teatro
di Molinella. Sarà stata la suggestione un
po’ perversa del luogo, una ex chiesa
trasformata in spazio teatrale grazie al
coraggio “medievale” del gruppo Terzadecade,
che da qualche hanno vi propone “Colloqui con
Y”, una curata rassegna di realtà italiane,
ormai indifferente alla pressoché assoluta
assenza - quando non aperta ostilità - della
comunità locale; oppure sarà stata
l’atmosfera diffusamente cimiteriale, e non
solo per l’unica lampada (a basso consumo)
accesa ad attendere i (pochi) spettatori nel
gelido foyer. Così, la realtà parallela ed
inquieta del teatro di Capuano prende forma
nonostante la vita del paese proceda poco più
in là secondo gli stili automatici del rituale
domenicale.
Lo spettacolo, pur nella sua chiarezza formale
elementare – sei brevi monologhi che
circoscrivono altrettanti personaggi volutamente
“sbilenchi”, sbozzati, come fossero mere
possibilità drammaturgiche – e
nell’inevitabile cinismo di chi si avventura
nell’aspro mondo della realtà attuale, parla
allo spettatore con la semplicità di chi ha
messo da parte le avventure stilistiche per
restituire un nudo campo di evidenza. Nel suo
incipit funereo, letteralmente cimiteriale,
quasi la comunità così velenosamente descritta
non potesse alzarsi che da una tomba per poi lì
ridistendersi, l’attore dà vita ad una
galleria di personaggi da Parise “in acido”,
come se i caratteri di una qualunque provincia
italiana fossero stati sottoposti ad un
trattamento lisergico. Onestamente, non so se
Capuano abbia frequentato alcuni particolari
altipiani messicani, ma questa libera
fantasmagoria strapaesana conquista una tipicità
teatrale quanto più si allontana dal consumo di
una riconoscibilità formale. In altre parole,
Capuano, in questa sua discesa agli inferi fatta
di schegge e frammenti ma non priva di lirismo,
conquista una propria specificità nel momento
in cui coscientemente si abbandona alla
singolarità della propria esperienza teatrale,
alla propria surrealtà attoriale, anche a
scapito di una precisione tecnica.
E questo funerale del mondo, colonizzato da
figure strafottenti, maniache, delinquenziali,
punteggiato da tanti passi di danza quanti sono
quelli che separano una (falsa) resurrezione da
una morte (finalmente) definitiva, si risolve in
una presenza attoriale sempre tesa e nervosa,
quasi fuoriuscisse da una pellicola di Abel
Ferrara: come un “cattivo tenente”, con quel
suo cinismo indomabile, quel cavalcare e
possedere il male. A stemperare questa tensione,
Capuano da spazio anche a momenti più
bislacchi, ostentando quasi
brechtianamente il confine che separa la farsa
dalla tragedia, sostando con grazia nel dominio
della risata, sempre però spaesata e
frastornata da una estraneità del tutto
particolare, costantemente in bilico tra la
produzione di un livore assassino e una
fenomenologia da cabaret. Tuttavia,
quest’ultima, dopo un apparente surplus,
ritorna discretamente in ombra, per lasciare
ancora una volta la scena libera all’ultimo
inevitabile passo, quello di uno dei più bei
romanzi di Sergio Atzeni: l’addio.
P.S.
Sarah
Bernhardt riceveva gli amanti in una bara e si
faceva fotografare nel feretro, con le braccia
incrociate sul petto.
Fabio Acca
Se vuoi leggere gli altri In-Continente... | |