TOPI
A ORANO,
DETTORI IN "LA PESTE" Nell'adattamento
e messinscena teatrale del
capolavoro di Camus firmate da Ugo
Ronfani e Claudio Beccari per l’interpretazione
"a solo" di Gian Carlo
Dettori, l'attore regala una prova
convincente perché asciutto e misurato, per niente
"teatrale"
|  | Gian
Carlo Dettori |
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Cartolina
16 – La peste
Teatro Flaiano, Roma, int. sera
Sulle note di una canzone di Edith Piaf, entra in scena il dottor Rieux (Gian Carlo Dettori). Indossa un vestito di tela grezza e beige. Dietro di lui, un altro sipario di garza chiara e dietro al sipario, una serie di poltroncine coperte da un telo chiaro, rappresentano la città di Orano. Siamo in Algeria, negli Anni Quaranta.
La peste è successa. Non si sa perché. Eppure Orano era una città come ce ne sono tante nel mondo. Anche in amore non era diversa dalle altre, anche lì gli uomini e le donne si amavano appassionatamente e alla fine sprofondavano nell’abitudine. E allora perché proprio lì la peste? O ancora, perché il male, i topi hanno scelto Orano? Inutile scervellarsi, andare dietro a domande, ipotesi e congetture. Non ci si può basare sulle ipotesi. Quello che conta sono i fatti realmente accaduti, la cui cronaca soltanto può aiutare a capire.
La Peste di Camus è un resoconto di fatti, la cronaca di uno spettatore: il medico di Orano, dottor Bernard Rieux scampato alla peste “per oscure ragioni”, decide di raccontare quello che successe, “i singolari avvenimenti” che “si sono verificati nel 194… a Orano” (…) “per non essere di quelli che tacciono”.
Nell’adattamento e messinscena teatrale di Ugo Ronfani e Claudio Beccari per l’interpretazione “a solo” di Gian Carlo Dettori, la scena è occupata da un blocco di poltroncine per teatro dalle quali Rieux (Dettori) spettatore guarda e racconta come andarono i fatti, dando voce anche agli altri ‘spettatori’ della peste: all’inerte prefetto che non vuole allarmismi, a chi all’inizio tenta il suicidio per paura di morire di peste e che poi, mentre gli altri muoiono, vive, al prete, ai volontari…
La messinscena alterna i monologhi del dottore ai suoi dialoghi con questi compagni immaginari, le canzoni francesi e le musiche algerine. Il trascorrere del tempo e l’evolversi della malattia sono scanditi dalle lettere che Rieux scrive alla moglie andata in Francia per curarsi: nelle prime le nasconde ‘maternamente’ l’epidemia (“qui è tutto normale”) nelle ultime invece ammette la verità, la realtà dei fatti.
Erano parecchi anni che Gian Carlo Dettori non recitava a teatro, almeno a Roma. Godot l’ha voluto rivedere con piacere e ora può affermare che sia proprio lui l’interprete italiano del Camus de
La Peste. Convincente perché asciutto e misurato, per niente “teatrale”. Questo Rieux, questo medico nelle mani e con la voce di Dettori diventa un giornalista –proprio come lo voleva Camus-, che racconta tutti i sintomi e tutte le voci di un fenomeno, tutte le reazioni al male: la follia, il panico, la voglia di vita, gli egoismi, le solidarietà. E la fine del male, il ritorno alla vita. Con un monito: una vittoria “non è mai definitiva”, “perché il bacillo” del male “non muore mai, può restare per decine di anni addormentato e poi svegliarsi e mandare i topi ad attaccare un paese felice”.
Antonia Anania
Gian Carlo Dettori ne
La peste di Albert Camus, versione teatrale di Ugo Ronfani, scene di Fausto Dappiè, costumi di Angela Alfano, regia di Claudio Beccari.
Fino al 2 marzo, Roma, Teatro Flaiano.
4 marzo Legnano (Mi), Teatro Cantoni.
12-30 marzo, Milano, Teatro Filodrammatici.
1-2 aprile, Brescia, Teatro Sociale. Se vuoi leggere le altre Cartoline da Roma... | |