 | IL GIOCO DI RIPLEY
(Ripley’game;
ITA/USA; durata 110minuti)
Regia: Liliana Cavani; soggetto: da romanzo L’amico americano di Patricia Highsmith; sceneggiatura: Liliana Cavani, Charles Mackeown; fotografia: Alfio Contini; scenografia: Francesco Frigeri; costumi: Fotini Dimou, Raffaella Fontana; montaggio: John Harris; produzione: Cattleya, Dogstar film, Fine line features, Mr. Mudd.
Interpreti (personaggi): John Malkovich (Tom Ripley); Dougray Scott (Jonathan); Chiara Caselli (Luisa Ripley); Ray Winstone (Reeves)
Ritorna sugli schermi il personaggio più noto della scrittrice Patricia Highsmith, quel Tom Ripley, di cui gli spettatori avevano potuto ammirare il talento pragmatico nei film di R. Clement (1959) e di A. Minghella (1999). In realtà, anche la vicenda narrata in Ripley’s game (che è il titolo originale del film, ma anche del romanzo) non è nuova per il cinema. Già nel 1977, il regista tedesco Wim Wenders ne aveva fatto un personalissimo adattamento realizzando una delle sue opere più convincenti e toccanti. I paragoni nel caso dei remake servono poco, ma potrebbe essere, comunque, interessante notare il punto di vista assolutamente diversificato da cui Wenders e la Cavani sono partiti per trascrivere il testo della Highsmith. La trama, per quanto riguarda la linea portante narratologica, è la stessa: l’americano Tom Ripley è un uomo ricco e raffinato, ma dal passato oscuro; per pura ripicca, sfizio, piccola vendetta che dir si voglia, porta un mite corniciaio ad accettare di realizzare un omicidio, approfittando della malattia terminale e delle ristrettezze economiche di quest’ultimo. Ma “il gioco” si complica e Ripley dovrà intervenire personalmente.
Nel film di Wenders l’intreccio era volto soprattutto a ragionare sull’incontro dell’uomo con la morte. Si trattava di una pellicola “malinconica e affascinante” (Mereghetti), dove il protagonista non era più Ripley, ma Jonathan. La scelta degli attori era indicativa: il regista americano, con fama maledetta, Dennis Hopper e il simbolo della nuova ondata del cinema tedesco degli anni settanta, Bruno Ganz. I due contribuivano all’ambiente sfatto, post hippy, dai colori autunnali che Wenders rese con egregia abilità.
Il lavoro della Cavani parte da presupposti diversi, addirittura opposti. E’ vero che nelle sue mani (è anche la sceneggiatrice del film insieme a Charles Mackeown) la vicenda aderisce molto più concretamente e puntualmente al romanzo della Highsmith e persino alla sua prosa sostanzialmente “gelida”, ma la sua attenzione è attratta dalle sfaccettature della psicologia del personaggio Ripley. Ancora una volta, per la regista di Portiere di notte, si tratta di uno studio sulle variazioni del male e sul suo ovvio e conseguente fascino. La Cavani, inoltre, ha un materiale interpretativo straordinario: John Malcovich è, per certi versi, l’icona dell’ambiguità del cinema dei nostri tempi e condivide con Anthony Hopkins tutte quelle parti dove il piacere di aver paura è fondamentale. Malcovich è un Ripley perfetto: bello, elgante, colto, raffinato, detesta gli omicidi “a meno che non fosse strettamente necessario ricorrervi”, cinico, senza sostanziali rimorsi, sicuro, ma anche contraddittorio, non sopporta la volgarità. Probabilmente è proprio l’intervento del rozzo boss Reeves a decidere la sua entrata nel “gioco”, sfuggitogli di mano. Malcovich e la Cavani lavorano abilmente in sintonia e questo aspetto è sicuramente l’elemento più intrigante del film. Il resto è un divertente e piacevole spettacolo superficiale dove non mancano sequenze d’azione realizzate alla perfezione. Non si può negare il piacere estetico delle immagini ambientate in ricche ville venete che, come nel rinascimento, possono nascondere trabocchetti e sangue in mezzo al lusso sfrenato. Il contributo della fotografia di Alfio Contini è strepitoso e fondamentale. Persino le musiche di Morricone devono essere state evocate dalla regista dal particolare, presente nel testo, del clavicembalo antico fatto restaurare da Ripley per la moglie. Ne nasce una partitura originale del maestro estremamente fascinosa quanto inutile. Un po’ come il film.
Elisabetta Randaccio
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