 | LA FELICITÀ NON COSTA NIENTE
(Francia, Italia, Svizzera 2002, 93 min.) di Mimmo Calopresti - Soggetto: Francesco Bruni, Mimmo Calopresti - Sceneggiatura: Mimmo Calopresti, Francesco Bruni, Heidrun Schleef - Fotografia: Arnaldo Catinari - Scenografia: Alessandro Marrazzo - Costumi: Silvia Nebiolo - Montaggio: Massimo Fiocchi - Musiche: Franco Piersanti - Produzione: Bianca Film, Europa Corporation (Parigi), Ventura Film (Zurigo), Rai Cinema, Tsi, Euroimages, Canal+ - Interpreti e personaggi: Mimmo Calopresti (Sergio), Vincent Perez (Francesco), Francesca Neri (Sara), Fabrizia Sacchi (Claudia), Valeria Bruni Tedeschi (Carla), Peppe Servillo (Gianni), Laura Betti (suora guardiana), Luisa De Santis (Lucia), Valeria Solarino (Alessia), Edoardo Minciotti (Simone, figlio di Sergio), Francesco Siciliano (vicino di casa)
Il tempo rallenta alla ricerca delle felicità. O meglio alla ricerca dei perché si è o non si è felici, delle ragioni, dei luoghi della sua consapevolezza. Questa temporalità dilatata e notturna è la cornice del film di Mimmo Calopresti, interpretato dallo stesso regista, il cui titolo rimanda al tema della grazia, dello spirito dell'esistenza che un giorno, per pura casualità, irrompe tra le consuetudini, tra le certezze e le paure, tra un respiro avvertito ed uno lasciato andare. Il regista si addentra ad alta voce nel corpo della vita e prova a ritagliare fotogrammi di senso, incidendo il silenzio della crisi. È un'operazione difficile e costosa, questa sì. Il ruolo che il regista si ritaglia è quello di un architetto, Sergio. È la scelta di questo mestiere non è casuale, perché rimanda all'idea di appaesamento, di mondo domestico, di costruzione, di contesto comunitario. E proprio la casa delle certezze si incrina dopo un incidente stradale. I rapporti fino a quel momento costruiti cedono: moglie, figlio, amici e ambiente di lavoro sono progressivamente abbandonati, esiliati. La dinamica narrativa del film non segue linearmente il succedersi cronologico dei fatti. Il montaggio si avvale di una voce fuori campo che – fortunatamente – non si propone di incollare o organizzare la costellazione di frammenti psichici esplosi. Sergio poteva dirsi (nel senso di un’apparenza inconsapevole) un uomo felice e realizzato fino a quando non si rende conto della natura effimera e ipocrita del mondo che lo circonda. Si snoda una sorta di road movie esistenziale, dove la linearità spaziale della strada è sostituita dalla irreversibile entropia del tempo e dell’intimità della crisi. Calopresti esce dal teatro e prova a sedersi tra il pubblico, spiazzando la unidirezionalità degli sguardi e costringendo lo spettatore agli incroci delle aspettative. Guardiamo il protagonista e vediamo le schegge tutti quelli che ci stanno intorno. Forse non è un film del tutto riuscito, ma c'è del voluto in questo non riuscire, c'è il coraggio sincero di entrare dentro le risposte consuete per indagare sulle domande, per chiedere se le domande sono ben poste o addirittura per verificare se ci sono delle domande che vivono senza risposte o che ce l’hanno dentro. Il Calopresti regista che si fa attore per la sua regia è protagonista di questo domandarsi del cinema. In realtà Sergio/Calopresti è un attore che si interroga sulla sua capacità di dirigere e dirigersi nella vita. Il film non è completamente riuscito perché nessuno riesce davvero a trovare la giusta direzione, a farsi regista perfetto della propria vita. È evidente che per Calopresti il mettersi in gioco direttamente è stata una scelta obbligatoria, perché alcune domande sono così personali che nessuno può farsene interprete fuori di sé. Perché la domanda sulla sincerità investe lo stessa domandarsi. In questa operazione di riorientamento di sé, in questo che è un mettere in discussione l'architettura statica delle sei pareti, vengono fuori i sentimenti nella loro cruda verità. Calopresti non fa un film difficile, casomai innesca interrogazioni difficili a cui non è facile rispondere e nemmeno è necessario per chiunque. Non è un film facile da amare perché è difficile amare un cinema che costringe alla sospensione dell'assenso e che turba le aspettative dell'intrattenimento. Questo non è un cinema che intrattiene, ma semmai dà scossoni e chiede spintoni. Continuamente genera ustioni fredde, riverberate, decelerate. Come aprire la finestra per vedere gli altri e improvvisamente vedersi camminare per strada raccontandosi nel teatro dei gesti che continuamente facciamo e che non avvertiamo. Perché le risposte vengono sempre prima delle domande e spesso vengono senza alcuna domanda. La faccia di Gainni (Peppe Servillo, il cantante degli Avion Travel), operaio morto sul lavoro, quella maschera che dovrebbe essere la più evanescente di tutte, proiezione angelica di un senso di colpa dell'architetto, è in realtà la più solida, la più concreta. È il segno di un'identità genuina, la cui vita e la cui morte sono segnate da domande vibranti, naturali. Quello di Calopresti sul mondo operaio (il regista ha realizzato alcuni documentari sulla Fiat) resta però uno sguardo fugace e non emerge la componente dialettica che la forma lavoro imprime alla sua esistenza. Il film si concentra sui sentimenti, sulla sfera affettiva. E anche il rapporto con l’ombra di Gianni, anche se Sergio si sente responsabile dell’incidente mortale dell’operaio, si materializza in una cornice emozionale, sullo sfondo di una Roma lontana, vista dall’alto di una nuvola precaria. La forza centripeta dei sentimenti emerge e si manifesta tutta nel confronto con la figura doppia di Sara (Francesca Neri), la cui sincera fragilità esistenziale fa rinascere una luce quasi del tutto assopita in Sergio. Quella fragilità era una domanda ferma, mantenuta ferma davanti alle facili risposte. Era il segno di una fuga dalle pareti domestiche, dal dominio dell'apparenza e dell'ipocrisia. Ma la sincerità a tutti i costi è esattamente come la felicità a tutti i costi ed ha un prezzo, appunto, salatissimo. Calopresti, al suo quarto lungometraggio a soggetto, ha sempre avuto una particolare attenzione ai titoli che comunicano un senso di inquietudine. Dopo il primo film “La seconda volta” (1995) realizza “La parola amore esiste” (1998, titolo preso da un verso della Duras) e “Preferisco il rumore del mare” (1999). Con quest’ultimo film “la felicità non costa niente” stabilisce un dialogo stretto. Quel titolo era ripreso da una poesia di Dino Campana: «Fabbricare, fabbricare, fabbricare / preferisco il rumore del mare / che dice fabbricare fare e disfare...». L’architetto Sergio troppo intento a fabbricare scopre l’etica del fare e disfare introspettivo. Il suo disfare è un fare che insegue il senso della vita. La discontinuità estetica del film, lungi dall’essere il lato debole, costituisce il suo punto forte, perché avvicina il cinema alla vita, alla sua dimensione affettiva e dispersiva. Dice il regista: «So benissimo che nella vita è estremamente complicato rompere queste situazioni così cristallizzate che coinvolgono affetti e persone ma se voglio farci un film sopra devo mostrare quanto sia assurdo e irresponsabile accettarle. Ho sempre chiesto al cinema di mostrarmi la possibilità di essere libero, anche da spettatore, e da regista mi sembra che sia ancor più essenziale farlo».
Antonello
Zanda
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