 | GANGS OF NEW YORK
(Gangs of New York, Germania, USA, 2001, 168 min.) di Martin Scorsese - Soggetto: "Gangs of New York" dello storico Herbert Hashbury - Sceneggiatura: Jay Cocks, Kenneth Lonergan, Martin Scorsese, Steve Zaillian - Fotografia: Michael Ballhaus - Scenografia: Dante Ferretti - Montaggio: Thelm Schoonmaker Dozo - Musiche: Howard Shore, Bono, Peter Gabriel - Produzione: Cappa Productions, Miramax Films, P.E.A. Films, Splendid Medien AG - Interpreti e personaggi: Leonardo Di Caprio (Amsterdam Vallon), Cameron Diaz (Jenny), Roger Ashton-Griffiths (P. T. Barnum), Daniel Day-Lewis (Bill Poole), Liam Neeson (Priest Vallon), Brendan Gleeson (Monk), Gary McCormack (Stick), John C. Reilly (Happy Jack)
Non convince completamente l'ultimo lavoro di Martin Scorsese, che mette in scena un angolo della storia di New York. In particolare la storia di un suo quartiere, Five Points, che nasceva dall'intreccio di tre strade: Anthony (oggi Worth), Orange (oggi Baxter) e Cross (oggi inesistente). Scorsese entra dentro le viscere della storia, dove la carne e il sangue si mischiano alla terra e alla politica creando le fondamenta della civiltà occidentale. Il film concentra la sua attenzione sulla violenza delle bande e sulla lotta per il controllo dei quartieri intorno al 1850. In quegli anni Five Points era un ghetto abitato dalle famiglie poverissime degli immigrati, che trovavano ospitalità in edifici dall'architettura infernale, un lurido groviglio labirintico in cui il filo della sopravvivenza legava alla propria condizione di miseria e sfruttamento. In questo ambiente la corruzione politica era la norma e i il professionismo politico consisteva nello stabilire legami forti con le potenti gang dei quartieri, quelle in grado di controllare le migliaia di voti dei poveri cristi.
Tammany Hall e Native Americans erano i due partiti politici che avevano in mano la città a quell’epoca. Chissà cosa direbbero di quei gruppi che si attribuivano il nome di “nativi” quelli che sono i veri nativi americani, il popolo delle tribù indigene (i pellerossa, per intenderci), coloro che veramente sono stati espropriati dei loro diritti, costretti a sentirsi estranei nella loro terra, decimati in uno dei più infami genocidi che la storia umana ricordi. Le principali gang dei Five Points furono i Chichesters, i Roach Guards, i Plug Uglies, gli Shirt Tails, e i Dead Rabbits (i Conigli morti), quest’ultima la più grande e potente delle gang e alleati al partito del Tammany Hall. Le altre gang della Bowery erano invece alleate dei Native Americans, la più potente che raccoglieva le gang dei Bowery Boys, dei True Blue Americans, degli American Guards, degli O'Connell Guards e degli Atlantic Guards.
I due schieramenti principali erano quindi quello delle gang irlandesi di Five Points e quello ferocemente razzista e anti-immigrazione della Bowery. Questi due schieramenti si fronteggiarono per anni per il controllo del territorio lasciando per le strade una lunga fila di morti ammazzati. «Allora la violenza non era un optional, una scelta tra le altre, era l’unica via possibile per garantirsi la sopravvivenza. Così è nata la società americana, sulle strade», dice Scorsese. Nel 1857 ci fu la battaglia più violenta, in cui la Dead Rabbits Riot lasciò sul campo un centinaio di vittime. Nel 1863 Lincoln lancia la chiamata alle armi obbligatoria per combattere la Confederazione razzista del Sud. A causa di ciò montò una violenta rivolta popolare (furono linciati e massacrati molti neri) che fu sedata dopo cinque giorni di sangue e distruzioni con circa duemila morti. Questo momento, che occupa la parte finale del film, è decisamente il più debole dal punto di vista narrativo, perché gli avvenimenti sono schiacciati, raccontati sbrigativamente e sfuggono le ragioni e l'articolazione psicologica.
Dopo anni di lavorazione segreta a Cinecittà, con una scenografia straordinaria firmata da Dante Ferretti, Scorsese contava su un film della durata di circa 218 minuti. La produzione ha premuto fortemente fino ad ottenere una riduzione a 170 minuti. Un taglio di 48 minuti di pellicola che sono probabilmente fondamentali per costruire una dinamica narrativa più lineare e riempire quei vuoti che il film presenta. Ci aspettiamo un dvd realizzato ad hoc, con un film forse rimontato. Vedremo. Comunque è con questo film che la nostra visione deve fare i conti.
Il regista italo-americano vuole raccontarci le origini di New York; e nelle grotte sotterranee dei nascenti e miserabili quartieri metropolitani questo cinema esprime una straordinaria vocazione archeologica. L'identità dell'America di oggi è questa ibrida e carnale commistione di pulsioni animali. L'idea di democrazia americana nasce proprio da questo crogiuolo di violenza. La democrazia non è una scelta, ma una necessità e serve a dare legittimità all'etica della forza. Questa idea da imporre con la violenza e che nasce dalla violenza è un'idea che gli americani hanno cercato di esportare in tutto il secolo appena concluso e che ancora oggi vogliono innestare in medio oriente, là dove il controllo del petrolio è centrale per la sopravvivenza del capitalismo americano. Per questi motivi il film non piacerà molto agli americani, che non amano sentirsi dire da dove vengono. E del resto non possiamo nemmeno stupirci se questa concezione violenta e criminosa di "democrazia" ha disegnato il basso (ma pericolosissimo) profilo intellettuale di individui come Bush (il nostro mediocre Berlusconi è solo un debole prono imitatore del suo modello americano).
Il cinema di Scorsese scopre le carte false di questa origine: fa pensare questa rappresentazione dell'arroganza di chi si ritiene nativo americano e accampa diritti razzisti contro i nuovi immigrati mentre nello stesso momento i veri nativi americani sono sterminati dal governo americano. Il cinema di Scorsese correttamente non mescola i fatti, perché l'arroganza del potere poggia sull'ignoranza e sulla rimozione. Un film sociale e corale insieme: l'essere sociale nasce dalla solidarietà e dall'affermazione della differenza e si canta nel coro cercando di imporsi come solista.
L'imponenza del flusso immigratorio non emerge dal film: si pensi che nel 1800 la popolazione newyorchese è di 60 mila abitanti e che solo 55 anni dopo la città americana conta 800 mila cittadini. Non sono i numeri che interessano Scorsese, ma la dinamica dell'esercizio del potere nel suo nascere. Un'archeologia del potere che avrebbe sedotto anche Foucault perché lo avrebbe materializzato nella frizione dei corpi, nello scintillio delle lame affilate dei coltelli. E il film è acuminato come il coltello che Amsterdam bacia religiosamente nella promessa di vendetta per la morte del padre.
La storia raccontata dal film gioca sul duetto Amsterdam Vallon e Bill Poole detto "the butcher", il macellaio. Durante la battaglia iniziale tra Dead Rabbits e Bowery Boys, il piccolo Amsterdam assiste alla morte del padre, ucciso per mano di Bill Poole (il dato storico ci dice che in realtà il vero Bill è già morto quando accadono i fatti raccontati dal film, ma il cinema non ha l'obbligo della precisione). Uscito dall'orfanotrofio il giovane Amsterdam entra nella banda di Bill, servendolo fedelmente e conquistando la sua fiducia, e si innamora della borseggiatrice Jenny, il cui ruolo in questo confronto maschile è così abbozzato che scompare. Nel momento della vendetta il giovane Vallon viene tradito e smascherato, ma Bill non lo uccide. Amsterdam organizza lo scontro finale tra le due bande proprio mentre monta la rivolta popolare contro la leva obbligatoria. La resa dei conti tra le due bande è travolta dai bombardamenti e resta soltanto il duello tra i due uomini d'onore.
Il giovane Di Caprio comincia a recitare, ma già presenta intemperanze interpretative che gli garantiscono i peggiori difetti che hanno le grandi star. Daniel Day Lewis si impone per il suo professionismo e per la capacità di dare al personaggio quell'umanità sufficiente a sfumare i caratteri del bene e del male, perché nessun uomo è assolutamente buono o assolutamente cattivo. Tuttavia il film soffre di un eccesso caricaturale proprio nella definizione psicologica di alcuni personaggi. Conoscendo Scorsese è quasi certo che il film non ha potuto dispiegarsi in un tempo necessario, non ha il respiro giusto. Ma non per questo, con tutti i difetti, non si può non parlare di un grande film.
Antonello
Zanda
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