 | COSE DI QUESTO MONDO
(In This World, Gran Bretagna, 2003, 90minuti) di Michael Winterbottom - Soggetto e sceneggiatura: Tony Grisoni - Fotografia: Marcel Zyskind - Musiche: Dario Marianelli - Montaggio: Peter Christelis - Produzione: Anita Overland per Revolution Film /The Works/The Film Consortium/Film Council/BBC - Interpreti e personaggi: Jamal Udin Torabi (Jamal), Enayatullah (Enayat), Imran Paracha (agente di viaggi), Hiddayatullah (fratello di Enayat), Jamau (padre di Enayat), Wakeel Khan (zio di Enayat), Abdul Ahmad (sposo), Allah Bauhsh (Farid), Mirwais Torabi (fratello maggiore di Jamal), Amanullah Torabi (fratello minore di Jamal), Hossain Baghaeian (Nehrooz), Nabi Elouhabi
(Yusif)
La poetica del viaggio è messa a dura prova da una narrazione cinematografica schizofrenica, ma il contenuto politico-culturale ed emotivo è forte e ripaga di una latente insoddisfazione estetica. Si potrà obiettare che le cose di questo mondo sono cose risapute, ma per quanto tali sta di fatto che in Italia l’esistenza di una legge incivile e razzista come la Bossi-Fini dimostra che sapere non è mai abbastanza. Winterbottom sintetizza in questo film le sue duecento ore di materiale girato in digitale alle spalle di Jamal, un ragazzo afgano che parte, insieme al giovane Enayat (attori non professionisti), dal campo profughi di Peshawar in Pakistan per cercare di arrivare a Londra. Un’odissea durata sei mesi, attraverso le tappe iraniane, turche, poi italiane (Trieste) e francesi (Parigi) prima di arrivare alla meta. Un milione di profughi insegue ogni anno la speranza di una vita dignitosa nelle opulente metropoli occidentali. Jamal è uno di questi, abbastanza fortunato perché molti sono quelli che si perdono per strada. Il regista inglese racconta soprattutto i silenzi di Jamal, gli sguardi tutti misurati dalla forte tensione della fuga. Nelle pause il piccolo profugo racconta barzellette e storie divertenti, gioca al pallone e tira le palle di neve, ma è una normalità precaria: la comunicazione è sempre funzionale al raggiungimento dell’obiettivo. Il mondo, lo spazio, è luogo provvisorio in questo road-movie: tremola e svanisce effimero alle spalle, diventa passato, è vento e sabbia che si deposita nella memoria. Eppure il finale non annuncia la fine della storia sebbene si imponga come fine del film, perché la beffa incredibile della burocrazia diplomatica inglese vuole che Jamal ottenga il permesso speciale come rifugiato con l’obbligo di sloggiare proprio il giorno prima del suo diciottesimo compleanno. Winterbottom sfugge alla retorica che aveva caratterizzato un suo precedente film, “Welcome to Sarayevo” perché racconta i tratti essenziali della fuga e della speranza senza cadere nel patetico.
Alla Berlinale di quest’anno la giuria (con Atom Egoyan, Kathryn Bigelow e Abderrahmane Sissako) ha premiato con l’Orso d’oro questo film girato con un freddo stile semidocumentario, che mescola e intreccia efficacemente la realtà (mai reale) con la finzione (sempre terribilmente vera). È proprio il lato narrativo ciò che meno convince, perché il linguaggio registico risulta a volte didascalico e superficiale. Il film però racconta con sincerità e partecipazione la forza di un desiderio, di una speranza, di un sogno cui Jamal non può sottrarsi. Il regista ottiene questo risultato oggettivando il corpo in fuga del ragazzo, facendo sentire la materia della sua esistenza, ponendoci al suo fianco (anzi alle sue spalle), tamponando una vitalità sacrificata alla sopravvivenza e alla ripulsa della miseria. Il montaggio ripetutamente banale e cannibale rischia di ridurre a brandelli un’idea buona e sincera e un’operazione politica sacrosanta. Il regista alterna spesso brevi sequenze mosse e agitate con inquadrature molto stabili che fermano il viaggio, interrompono il movimento. Tuttavia non si perde mai il senso della durezza e dell’indignazione, muovendosi e trasportandoci fra trafficanti di uomini e militari corrotti, gettandoci nel clima claustrofobico di un viaggio di 40 ore dentro un container, senza luce e senza aria, oltre i limiti della sopravvivenza e della dignità umana. Perché il cinema riesce a raccontare le cose meglio di quattro parole spese occasionalmente dai politici e di un servizio televisivo affrettato e sbrigativo.
Antonello
Zanda
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