 | CHICAGO
(Chicago, USA/Canada; 2002; 113 minuti)
Regia: Rob Marshall; soggetto: dal musical di Bob Fosse e Fredd Ebb tratto dalla commedia omonima di Maurine Dallas Watkins; sceneggiatura di Bill Condon; fotografia: Dian Beebe; scenografia: John Myhre; costumi di Coleen Atwood; musiche di Danny Elfman; produzione Loop Film, Miramax, Producers circle
Interpreti e personaggi: Renee Zellweger (Roxie Hart); Richard Gere (Billy Flynn); Catherine Zeta-Jones (Velma Kelly); John C. Reilly (Amos Hart); Queen Latifah
(Mama Morton)
Uno tra i generi più popolari ad Hollywood, il musical, ha subito una decisa trasformazione linguistica e di contenuti sin dai primi anni settanta, principalmente ad opera di un artista tormentato e geniale quale era Bob Fosse. Il suo
Cabaret (1972) segna la rinascita di un genere che si era esaurito per aridità di temi e tediosità di immagini. Fosse (1927-1987 ) mutò radicalmente le regole della cosiddetta commedia musicale, che era diventata inadeguata per lo spettatore smaliziato di fine secolo. In sostanza, la sua rivoluzione è stata quella di spezzare la staticità delle scene che caratterizzavano la pacatezza grammaticale del filone, creando una struttura di fotogrammi vorticosi supportati da un montaggio veloce e d’effetto; ha, inoltre, abbandonato storie esili per testi corposi con innesti sociologici e, persino, storici; ha estromesso lo iato esagerato tra racconto e numeri musicali per lasciar posto a raccordi, spesso, imprevedibili tra sonoro e parlato. Fosse lavorò per il cinema e anche tanto per il teatro, sperimentando fino all’ultimo sul genere in cui aveva esordito come ballerino e che gli aveva dato il successo.
Chicago era stato uno dei suoi progetti vincenti, realizzato, ancora una volta in collaborazione con Fred Ebb e John Kander. Si era, insomma, ricostituito il trio di
Cabaret per una storia ambientata negli stessi difficili anni trenta, per quanto, questa volta, visti dal punto di osservazione americano. Una vicenda già utilizzata nel teatro e nel cinema, avente come fulcro delle azioni due donne assassine per passione salvate dalla pena di morte dalle capacità spregiudicate di un avvocato che sa usare più che l’oratoria, la forza mediatica dello scandalo in prima pagina. A Fosse, sicuramente, interessava non tanto l’intrigo, ma gli ambienti fumosi, eccitanti, musicalmente affascinanti dei cabaret della Chicago notturna e malfamata degli anni trenta, il sottobosco corrotto dell’ambiente dello spettacolo, la nuova condizione femminile e, persino, la situazione drammatica delle detenute del braccio della morte. Ogni situazione era sospesa tra brillante creatività e un gusto pesante, caratteristiche queste che non hanno mai dato a Fosse numerosi fans tra la critica specializzata.
Ora, Rob Marshall eredita il progetto di Fosse che non venne, per una serie di intricati motivi, trasposto in pellicola e, essendo egli stesso allievo del grande coreografo e regista, si è dedicato a un’operazione nello stesso tempo filologica, per quanto adattata ai nuovi ritmi del cinema odierno. Certo, il planetario successo di
Moulin Rouge di Baz Luhrmann (anch’esso travolgente ricreatore dei generi, compresa l’opera classica: sua la direzione artistica della
Boheme che sta spopolando in questi mesi a New York) e la sua estrema popolarità tra le giovani generazioni, ha aiutato la riproposizione dell’opera.
Chicago, comunque, non è un azzardo produttivo, perché non è un prodotto sperimentale, ma risulta molto interessante e, soprattutto, destinato a travolgere occhi e orecchie degli spettatori. Infatti, il regista punta sulla forza suggestiva delle immagini cucite senza un momento di pausa. Così, i numeri musicali passano dalla dimensione strettamente spettacolare e metateatrale (le canzoni e le coreografie ambientate nel locale notturno) a quella onirica o puramente mentale dei protagonisti, dalla realtà stilizzata degli interni a quella ariosa di azzeccati esterni. La colonna sonora è, ovviamente, di alto livello. Si parte dall’introduzione aggressiva di
All the jazz (interpretato dalla dark lady Catherine Zeta Jones nei panni della ballerina assassina Vilma Kilmer) alla straordinaria
Cell Block Tango dove il ritmo del lavandino gocciolante della cella di Roxy si intreccia con i fremiti ansiosi delle detenute del braccio della morte fino a dilatarsi in un numero grandioso per soliste, che coniuga esibizioni tecnico formali a contenuti non banali. Ancora, si può ricordare la toccante ballata
Mr. Cellophane, dedicata al marito triste di Roxy e il tip tap che scandisce l’arringa dell’avvocato Billy/Richard Gere.
Si è capito che si tratta di un film fondato sulla coralità (attori e musicisti, ma anche coreografi, costumisti, truccatori), ma che sicuramente ritaglia un’esperienza interpretativa unica per tre attori su cui non si può neanche azzardare una critica. Zellweger, Zeta Jones e Gere riconfermano una professionalità completa a cui uniscono una rilevante duttilità espressiva. Altrettanto notevoli gli altri membri del cast: tra tutti John C. Reilly (il marito di Roxy) e la splendida Queen Latifah nel ruolo di Mama Morton. Ognuno concentrato a dare un senso artistico al classico
That’s entertainment!
Elisabetta
Randaccio
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