 | FRIDA
(Frida, USA, 2002, durata 119 minuti)
Regia: Julie Taymor; soggetto: Hayden Herrera dal suo libro Frida. Vita di Frida Kahlo; sceneggiatura: Rodrigo Garcia, Diane Lake, Gregory Nava, Anne Thomas Clancy, Edward Norton, Walter Salles; fotografia: Rodrigo Pineto; scenografia: Francois Bonnot; costumi: Julie Weiss; musica: Elliot Goldenthal; produzione: Handprint entertainment, Miramax, Trimark Pictures; Ventanarosa production; interpreti e personaggi: Salma Hayek (Frida Kahlo), Alfred Molina (Diego Rivera), Geoffrey Rush (Lev Trotskij) Ashley Judd (Tina Modotti); Edward Norton (Nelson Rockfeller); Antonio Banderas
(Siqueiros)
Julie Taymor, regista raffinata di una delle più interessanti trascrizioni cinematografiche shakespeariane degli ultimi anni – Titus – , si è messa al servizio di Salma Hayek e dello smodato desiderio di quest’ultima di trascrivere per immagini la breve vita della pittrice messicana Frida Kahlo, una delle più grandi artiste del Novecento. Non sappiamo come la Hayek abbia avuto la meglio sui vari progetti prospettati alle major hollywoodiane da parte di altre attrici come Madonna o Jennifer Lopez; rispettiamo, comunque, il progetto collettivo, che si è avvalso del contributo della più importante biografa di Frida, cioè Hayden Herrera, dal cui libro (pubblicato anche in Italia da Tartaruga già nel 1993) è nato il soggetto del film.
Frida è stata una figura straordinariamente affascinante e carismatica: una pittrice innovativa che è andata oltre il surrealismo; osservare i suoi quadri vuol dire “ essere trasportati in un luogo in cui l’intuitivo e l’inconscio predominano” (Lowe). Ma è stata pure una donna che è riuscita a trasformare il terribile, continuo, insopportabile dolore fisico in punto di forza del suo linguaggio artistico e della sua personalità, proprio perché, in maniera rigorosamente anticattolica, la sua non è mai stata una sofferenza accettata, bensì combattuta fino allo stremo, nonché utilizzata, tanto da diventare un crogiolo di ironia e di seduzione. Questa lotta così ostinata contro il dolore non la troverete drammaticamente esplicitata nettamente nel film, come nodo portante di una vita spezzata a 47 anni ( ultimo stadio della malattia o suicidio, non è ancora chiaro). D’altronde, il calvario di Frida è partito con la polio contratta da bambina, prima ancora dell’incidente pauroso che le compromise la spina dorsale e che sarà la causa dei tormenti continui, di ben 32 operazioni inutili, di cancrene, di amputazioni. E poi gli aborti, le infezioni… Insomma, giustamente la pellicola cerca di focalizzare l’attenzione dello spettatore sulla sfaccettata e versatile personalità della donna, sulla sua vitalità che la condusse ad essere anche molto amata da uomini altrettanto carismatici. Primo fra tutti “il suo secondo incidente”, cioè il pittore rivoluzionario Diego Rivera che la sposò, la tradì mille volte, la risposò, ma anche la incoraggio nella sua originale vena artistica (“la bomba con i nastrini”la chiamò il padre dei surrealisti Breton), la inserì nell’irrepetibile ondata intellettuale artistica sviluppatasi nel Messico tra gli anni venti e quaranta del Novecento (e che comprende anche Siquerios e la nostra Tina Modotti). Frida incontrò, perse, recuperò il rapporto con Diego nelle sue complicate fasi di crescita intellettuale e anche, in questo caso, non venendo mai sconfitta né dalla sua accentuata passione sentimentale e erotica e neppure dalla sua lucida razionalità. Nel film della Taymor troverete soprattutto questo, ma non crediamo che ciò sia registrabile come superficialità. Semmai, è interessante come la regista, pur affrontando il genere cinematografico della biografia, ne modifichi qui e là il linguaggio inserendo momenti di ironia anche utilizzando l’animazione, gli effetti speciali, che danno vita letteralmente agli splendidi quadri di Frida. Assai interessante, in questo contesto, è l’uso del colore e dei costumi: la parte tecnica del film è veramente bella e accurata. Con un materiale di questo tipo, gli attori potevano impegnarsi divertendosi e, forse, questo non è stato un obiettivo portato decisamente a termine. Ma sia la Hayek che Molina evitano di trasformarsi in burattini in costume ed è già tantissimo, cosa che, peraltro, non è riuscita a Geoffrey Rush, ridicolo e mediocre nel ruolo di Trotskij. La regista, come si è detto, non ha cercato neppure per un attimo momenti di commozione facile, per cui è risultata vincente nel gioco, anche pericoloso, che si era riproposta: quello di ragionare di una donna fuori dalla norma, una donna seduttiva oltre il corpo, oltre la malattia, oltre l’apparenza, che, forse, è il morbo vero del nostro tempo.
Elisabetta Randaccio
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