 | PRENDIMI L’ANIMA
(Italia; 2003; durata: 1h e 38’) Regia: Roberto Faenza; soggetto: Roberto Faenza; sceneggiatura: Roberto Faenza, Gianni Arduini, Alessandro Defililippi, Giampiero Rigosi, Hugh Fletwood, Elda Ferri; fotografia: Maurizio Calvesi; scenografia: Giantito Burchiellaro; costumi: Francesca Sartori; musica: Andrea Guerra;produzione: Elda Ferri per Jean Vigo Italia, Les films du centaure, Cowboy films; coproduzione: in associazione con Medusa Film e Leandro Burgay editore; Interpreti e personaggi: Ian Glen (Carl G. Jung); Emilia Fox (Sabrina Spielrein); Jane Alexander (Emma Jung); Daria Galluccio
(Renate)
Roberto Faenza, uno dei registi italiani più importanti e più colti della contraddittoria cinematografia nazionale, per il suo ultimo film è partito non da un testo narrativo come gli era capitato in passato (pensiamo ad esempio a Sostiene Pereira da Tabucchi; a Jona che visse nella balena da Oberski; a Marianna Ucria dalla Maraini; a L’amante da Yehoshua), ma da un carteggio particolare, quello tra Sabrina Spierlein e i padri della psicoanalisi Freud e Jung, pubblicato solo nel 1980 a cura del prof. Aldo Carotenuto (Diario di una segreta simmetria, edizioni Astrolabio). Da queste lettere veniva fuori una vicenda sommersa: quella di Sabrina, che aveva avuto una storia d’amore con il suo analista Jung, una donna di cui si deve ancora capire l’apporto dato al primo movimento psicoanalitico, visto che anche lei è stata teorica e psichiatra, una donna la cui memoria è stata cancellata, meglio rimossa dai grandi e piccoli uomini che fanno la Storia. Faenza è andato oltre la prima parte della vita di Sabina, ha fatto ricerche personali, ha visto che la dottoressa Spierlein aveva fondato e brillantemente diretto, in Russia durante gli anni dell’utopia della Rivoluzione, l’”Asilo bianco”, la prima scuola materna improntata su metodi didattici ispirati dalla psicoanalisi e che, poi, era morta – lei ebrea – per un raid nazista a Rostov. Il nostro regista aveva molto materiale, a questo punto, per scrivere e dirigere. Ha scelto, giustamente, la vicenda strutturata totalmente dalla parte della sua protagonista straordinaria, prima paziente” isterica” che mette in scena “un mondo interiore dalle risonanze inquietanti per chi vi presta ascolto, evocatore di spettri di cui confusamente ciascuno di noi avverte in sé la presenza” (Carotenuto), in seguito, amante veramente appassionata e coraggiosa. Ma il grande Jung, ideatore di un metodo analitico che rivoluzionò quello di tipo freudiano, non andò oltre, in questo legame a un maschilismo egoista e piccolo borghese. Lui, che sul rapporto paziente-analista, sul transfert scrisse parole fondamentali e pure affascinanti (tra l’altro “…. La tecnica freudiana induce a distanziarsi quanto più da questo fenomeno, cosa perfettamente comprensibile da un punto di vista umano, ma che a volte pregiudica considerevolmente l’efficacia terapeutica. E’ inevitabile che il medico subisca una certa influenza e che si verifichi un qualche disturbo o una qualche alterazione della sua salute nervosa. Egli si addossa, letteralmente il male del paziente e ne partecipa..”), vorrebbe ridurre Sabina solo al ruolo dell’Amante, magari amica della moglie! Faenza è sicuramente interessato alla storia d’amore, ma, poi, continua il racconto della vita di una donna che ha tratto dalla sofferenza mentale una rilevante sicurezza e sensibilità esistenziale da porre, per esempio, dalla parte dei bambini più disagiati. Il film stride, perché il regista non ha avuto il “coraggio” di prendere la sua eroina per mano e farla diventare protagonista in prima persona della sceneggiatura. Ha avuto, invece, bisogno di innestare una vicenda parallela, ambientata nel presente, in cui una poco credibile coppia di storici cercano la verità sul caso Spierlein, sconquassando la bellezza della pellicola che rimane, comunque, estremamente interessante. Assai accurata è la ricostruzione storica, anche sul piano scenografico e c’è una buona prova di attori, compresa la protagonista Emilia Fox impegnata a non farci dimenticare la donna che aveva detto nel suo primo testamento: “La mia testa datela a Jung: solo lui la deve sezionare. Le mie ceneri seppellitele sotto una quercia, dove ci sia scritto: anch’io sono un essere umano”
Elisabetta Randaccio
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