 | ERA MIO PADRE
(Raod to perdition, USA, 2002; regia di Sam Mendes; sceneggiatura di David Self; basato sul romanzo illustrato scritto da Max Allan Collins e illustrato da Richard Piers Rayner; fotografia: Conrad L. Hall; Scene: Dennis Gassner; costumi: Albert Wolsky; musica: Thomas Newman; montaggio: Jill Bilcock; produzione: Richard D. Zanuck, Dean Zanuck, Sam Mendes; produttori esecutivi: Waler F. Parkes; Joan Bradshow; interpreti e personaggi: Tom Hanks (Michael Sullivan); Paul Newman (john Rooney); Jennifer Jason Leigh (Annie Sullivan ); Jude Law (Maguire); Tyler Hoechlin (Michael Sullivan jr.)
“Per me era anche importante che il film fosse una testimonianza del tempo, più che una pellicola semplicemente ambientata in un’altra epoca.”. Così, il regista Sam Mendes ci offre una delle svariate chiavi di lettura del suo ultimo film, Era mio padre ( ma, molto più appropriatamente, il titolo in inglese suonava Road to perdition) , che ha avuto la sua prima nazionale al Festival del cinema di Venezia, dove per giorni era stato dato (erroneamente) nella rosa dei premiati. La ricostruzione del momento storico, in cui è ambientata la vicenda (Illinois, Usa, 1931) diventa per Mendes un’ossessione filologica tesa più alla metodologia cinematografica viscontiana che non agli stupori dei polpettoni hollywoodiani ed ha la sua radice in una sceneggiatura tratta da un libro illustrato su un dramma gangsteristico cupo e melanconico. Quindi, la storia aveva già delle immagini, quelle raffinate di Richard Piers Rayner, ma Mendes le ricostruisce con puntigliosità che, a volte, lascia spazio anche alla dimensione psicologica dei paesaggi, degli ambienti, dei costumi. Ogni personaggio, infatti, è supportato dalle scenografie. Per esempio, nella casa del vecchio boss Rooney prevalgono i toni cromatici caldi, perché (è sempre il regista che parla) “sebbene egli sia un gangster, emana un certo calore e un certo fascino. Inoltre la sua è una ricchezza che gli viene da generazioni passate, perciò ha anche un senso classico dello stile.” E così, sempre in questa dimensione interpretativa, la cittadina dove si svolge la prima parte del film ( e dove si infrange l’innocente infanzia del piccolo Sullivan) è oppressa dalla neve, dalla pioggia, da un inverno che, evidentemente, è la triste stagione che il bambino protagonista associa al suo dolore, mentre Chicago è classica, solare, imponente nei suoi edifici immensi, nelle sue vaste e incredibili sale di lettura: il piccolo ne è stupito e affascinato. Il litorale delle scene finali, anch’esso, più che reale è un paesaggio immaginario dove Michael Sullivan junior, lui che è anche la voce fuori campo, decide di far finire la sua storia, con un vero e proprio omaggio al padre. D’altronde, il killer-fotografo interpretato da Jude Law è abbruttito in maniera iperrealistica (i denti neri, i capelli radi) a denotarne squallore e una certa perversione. La vicenda, in questo contesto, non è fondamentale, perché abbastanza semplice: il piccolo Michael crede di vivere in una famiglia normale (ma che lavoro fa quel padre ombroso puntuale per la cena e con la pistola sotto l’elegante trench?) fino a che proprio lui, sorprendendo un omicidio, fa scattare una serie di vendette a catena che prevederanno l’assassinio della madre, del fratellino e tante altre violenze, che lo condurranno paradossalmente a ricongiungersi affettivamente al padre, per poi perderlo definitivamente. A Mendes interessa pure confrontarsi con i modelli di film di gangster precedenti, omaggiando le pellicole degli anni trenta e quaranta, Coppola, ma soprattutto Sergio Leone, che rimane punto di riferimento cinematografico per la maggior parte della nuova Hollywood, da Tarantino in poi. Quasi scontato l’alto livello dell’interpretazione degli attori, benchè, nella versione italiana, siano penalizzati dal doppiaggio (soprattutto Hanks che, in realtà ha una voce caldissima). Certo, l’attenzione la rubano il grandissimo Paul Newman, il vecchio boss, l’altro padre del racconto a cui viene regalata una scena molto intensa di morte sotto la pioggia, e Jude Law , simbolo affascinante dell’inconscio ammalato.
Elisabetta Randaccio
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