 | RED DRAGON
(Red Dragon, USA 2002, 124 minuti) di Brett Ratner – Soggetto e Sceneggiatura: Ted Dally dal romanzo di Thomas Harris - Fotografia: Dante Spinotti - Musica: Danny Elfman - Scenografia: Kristi Zea - Montaggio: Mark Helfrich - Costumi: Betsy Heimann - Produzione: Dino De Laurentiis, Martha De Laurentiis per Dino De Laurentiis Productions / Scott Free Productions / Universal Pictures - Interpreti e personaggi: Edward Norton (Will Graham), Anthony Hopkins (Hannibal Lecter), Ralph Fiennes (Francis Dolarhyde), Harvey Keitel (Jack Crawford), Emily Watson (Reba Mc Clane), Mary-Louise Parker (Molly Graham), Philip Seymour Hoffman (Freddy Lounds), Anthony Heald (dr. Frederick Chilton), Ken Leung (Lloyd Bowman), Frankie Faison (infermiera Barney
Matthews)
Dev’esserci sempre una buona ragione per un remake. Perché ogni cosa rifatta si misura – ed è misurato da tutti – con gli originali. Ed è corretto parlare di copia e originale, perché il film di Ratner rimanda a un precedente, quello firmato da Michael Mann nel 1986, "Manhunter"; e di quello è, a tutti gli effetti, una copia purtroppo sbiadita. Il capostipite risulta essere stilisticamente nitido e originale, pulito e casto mentre questo è ingarbugliato e sporco, esteticamente inflaccidito dall'inveitabile referenzialità, materialmente appesantito da un castrante cast. Ratner copia il lavoro che Mann aveva compiuto sul soggetto di Harris, ma guarda con insistenza al capolavoro di Jonathan Demme, a quel "Silenzio degli innocenti" che ha fissato nel firmamento il personaggio di Hannibal Lecter, modellato sul volto plastico di Anthony Hopkins. Il film di Ratner si innesta nella sequenza seriale del malefico Lecter, incastra le storie quasi volesse succhiare da questa vena il sangue vitale. Una inutile ratio narrativa. Questo aspetto indebolisce il film, lo fa scivolare nella banalità di una storia già scritta, di un futuro già conosciuto, lo rende accondiscendente verso il deja vù. L'inizio e la fine di questo film chiudono il cerchio di un racconto che non chiedeva un antefatto e non impegnava al raccordo. E invece Ratner - per esempio - riproduce fedelmente la cella di Lecter che fu del film di Demme, ne riproduce la luce claustrofobica, richiama Anthony Heald a rifare il dr. Frederick Chilton, caricatura di uno psichiatra improbabile. Come dire che l'unica possibile versione di Lecter è quella di Hopkins e che il Brian Cox manniano, meno spettacolare e gravido di solitudine, era solo un incidente. Manca Jodie Foster ma c'è un Ed Norton che suona come un'incompiuta, trattenuto e traslucido, monco di un qualcosa che William Petersen e Mann invece avevano colto nell'anima umana: il tormento interiore. Ed è questo che manca al film e che lo rende inferiore al "Manhunter". Lì era presente una precisa idea stilistica, un segno figurativo (pensiamo alle luci e al colore, e all'equilibrio di una colonna sonora che non ingombrava). Qui c'è la fotocopia. L'interpretazione di Ed Norton, bravissimo in altri film, è qui superficiale e si capisce che è tale per un difetto di regia. Ratner è troppo preso da Lecter e dai suoi precedenti, per prestare la giusta attenzione a Will Graham. Lo si capisce fin dall'inizio, quando Lecter infilza Graham come un girarrosto e per tutto il film, anche quando il criminologo-criminale è assente, la sua ombra è presente ed è protagonista imgombrante. Norton ha perso il ruolo principale, scippato dall'ingenuità registica e dalla furberia produttiva. Non è poco tutto ciò. Tuttavia il film si mantiene in piedi, sopravvive ai suoi difetti e procede come un compito in classe fino alla fine. Appena sufficiente. Hopkins trasforma il satanico e materico Hannibal in un gioco enigmistico, in un rebus che perde la cosa. E togliendo spessore al maremoto dell'inconscio formalizza un congegno narrativo che tiene in piedi il film. Così l'indagine e il contributo di Will Graham alla scoperta del serial killer (ben interpretato comunque da Ralph Fiennes, nonostante l'ingessatura espressiva) procede senza colpi di scena e in modo scontato. Siamo - fortunatamente - comunque lontani dall'incidente deprimente dello "Hannibal" fiorentino (il molto mediocre film diretto da Ridley Scott, l'ultimo della serie che speriamo si concluda definitivamente con quel tonfo) e dal clima introverso e candeggiato di "Manhunter", così aperto al mistero dell'ambiguità umana, capace di far convivere dominandola una latente pulsione maligna con il senso della giustizia.
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