 | IRREVERSIBLE
(Francia, 2002, 90 minuti) di Gaspar Noè - Soggetto e sceneggiatura: Gaspar Noè - Fotografia: Benoit Debie - Musica: Thomas Bangalter - Scenografia: Alain Juteau - Montaggio: Gaspar Noè - Interpreti e personaggi: Monica Bellucci (Alex), Vincent Cassel (Marcus), Albert Dupontel (Pierre), Joe Prestia (Il verme), Philippe Nahon
(Philippe)
Il tempo può essere smontato in vari segmenti e percorso a ritroso: la mente procede a gradini, cerca l’antefatto e si ritrova alla fine con un pugno di mosche. Il film in verità non è nel film ma nella sua inquadratura dolorosa che osserva il tempo irrevocabile. Puro esercizio stilistico, meccanica schematica, sceneggiatura gridata. Il corpo di Monica Bellucci è prestato come un manichino alla rappresentazione dello stupro: con ciò questo non ci sembra più odioso. Urlare non serve a farsi capire meglio: serve solo a farsi sentire da un maggior numero di persone. Nella sua arca il regista raccoglie il suo serraglio di intenzioni provocatorie e ce le sbudella subito, fin dalle prime immagini. Il vorticoso quanto superfluo ed inutile basculare della macchina da presa non intende far presa sugli occhi, semmai li vuole scacciare, irritare. Non li prepara: il suo intento significativo è didascalico e superficiale. La violenza irrompe dallo sguardo allucinato di Marcus, il ragazzo di Alex, dopo lo stupro, alla ricerca del colpevole. Marcus entra nel buco del culo del mondo, in un locale gay chiamato (anche qui le didascalie abbondano) “Rectum” e rovista nella merda, alla ricerca de “Il verme” che dopo una serrata ricerca individua come autore della violenza. L’oscurità del luogo è stemperato dal movimento vertiginoso dell’occhio registico: in quell’orrore il nostro sguardo non riesce a trattenersi e a percepire le differenze, le sfumature, la solitudine, l’angoscia. No, l’orrore è totale, pregiudiziale, unilaterale, liquidatorio. Lo schifo di quell’inferno è sintetizzato nella nausea che la macchina da presa provoca e vuole provocare con le sue continue oscillazioni. Anche qui il facile schematismo del regista non lascia spazio all’esercizio dell’intelligenza. La follia di Marcus trova un colpevole, non importa se è quello giusto (e non lo è) e la vendetta implacabile si abbatte sul cranio di un avventore, spegnendo la rabbia che brucia con il metallo di un estintore. Il film è brutto perché è tutto preso dall’idea di riprodurre in noi la sensazione di disgusto estorcendola all’abbraccio della ragione, che muove sempre secondo una linea narrativa continua. L’unico piano sequenza che ci calamita è proprio la scena dello stupro: macchina ben ferma, tempo reale, totale che se ne infischia dei particolari anatomici e ci mostra la realtà che si raccoglie alla presenza di un qualsiasi oggetto abbandonato nei lunghi sottopassaggi di una metropolitana qualunque. Nove minuti (centrati nel corpo totale del film) degli infiniti rifiuti di tempo abbandonati. Tutto accade lì e non si può far nulla per impedirlo. Il regista indugia e fa bene ad indugiare, ma è l’unica cosa che gli riesce perché è l’unico momento in cui rinuncia alle sue sovrapposizioni intellettuali (che bisogna sapere controllare). Il film si abbandona placidamente al suo “si stava bene prima” e non risponde alla vera questione cruciale: come affrontare un presente così traumaticamente brutalizzato dagli eventi incontrollabili, irrevocabili; cioè come fare di un’esperienza dolorosa un’esperienza significante. Noè abdica davanti all’etica della responsabilità perché controlla il tempo come se fosse composto discretamente. Ma il tempo non è questo. La massima (perché massimalista) “Il tempo distrugge ogni cosa” definisce l’orizzonte pseudofilosofico su cui si staglia il film. Il regista franco-argentino studia il montaggio (e infatti lo firma, a dimostrazione che questo è il vero protagonista del film) a tavolino e risponde meccanicamente alle esigenze narrative. Niente di nuovo tutto sommato se pensiamo che il film rievoca lo schema narrativo di Memento. Ma questo non è certamente un problema. Percorrendo a ritroso scopriamo il leggero litigio tra Marcus ed Alex ad una festa, che spinge la giovane a rientrare subito a casa e ad attraversare il sottopassaggio della metropolitana in cui avverrà l’aggressione. Ma il film a questo punto è già rincasato, la macchina da presa osserva pacatamente il gioco epidermico dei corpi in un melenso tira e molla da trend familiare scontato e prevedibile. È a questo punto che il regista deve essersi detto: e allora? Qualcosa non va, per finire così tanto vale finire nel pieno della sodomizzazione. Deus ex machina: un sogno premonitore e una fantasmatica gravidanza di Alex. È veramente troppo per il cinema: si poteva trovare facilmente di meglio, ma credo che questa frontiera della banalità domestica, da quattro soldi bucati, sia proprio la frontiera culturale verso cui guarda Noé. Nessun diluvio di critiche lo devierà, ma si può pensare perlomeno di farlo retrocedere, visto che il suo retrocedere è il suo stile.
|