 | GUERRE STELLARI: EPISODIO 2 - L'ATTACCO DEI CLONI
(Star Wars: Episode 2 - Attack Of The Clones, USA, 2002, 135 minuti) di George Lucas - Soggetto: George Lucas - Sceneggiatura: George Lucas, Jonathan Hales - Fotografia: David Tattersall - Musica: John Williams - Scenografia: Gavin Bocquet - Costumi: Trisha Biggar - Montaggio: Ben Burtt - Interpreti e personaggi: Ewan McGregor (Obi-Wan Kenobi), Natalie Portman (Padmé Amidala), Hayden Christensen (Anakin Skywalker), Christopher Lee: (Conte Dooku), Samuel L. Jackson (Mace Windu), Frank Oz (Yoda), Ian McDiarmid (Cancelliere supremo Palpatine), Pernilla August (Shmi Skywalker), Temuera Morrison (Jango Fett), Jimmy Smiths (Senatore Bail Organa), Ahmed Best (Jar Jar
Binks)
L'impero del mito non ha confini, ma inciampa sul quotidiano individuale, sui lati deboli degli uomini. Il quinto film che ricompone la saga di Star Wars si impone con un corpo a corpo con la malattia del cinema e il suo respiro spaziale rende sgraziato il mito inaugurato da Lucas. Il regista finisce per strafare e scivola sulla buccia di banana di alcune banalità. Che cosa abbia spinto il produttore a inflaccidire la narrazione con lo schioccare di labbra dei due protagonisti Anakin e Amidala lo capiamo bene: la storia d’amore latitante altrove approda qui e fa sbandare l’avventura. Il prequel insegue il mito già definito dalla prima terna cinematografica: cerca di fondarli e finisce con affondarli. La regina Amidala ha rinunciato al trono ed è divenuta un'importante e temuta senatrice della Repubblica interstellare. Il movimento separatista raccoglie consensi e affonda le fauci nella crisi della repubblica. C’è una forza che si oppone a quella degli Jedi, i quali cominciano a sentirne gli effetti brandendo le smorfie dello stupore. Chi ha poteri come quelli degli Jedi avverte tutto, ma a un certo punto qualcosa avviene nell’oscurità. La minaccia sconvolge la galassia. Il cancelliere Palpatine appena eletto autorizza la costituzione di un potente e numeroso esercito che affianchi gli Jedi nella loro battaglia. Obi-Wan Kenobi e il suo fido allievo Anakin dopo dieci anni incontrano ancora la bellissima senatrice Amidala e sono incaricati di proteggerla, perché le forze oscure vogliono ucciderla. Obi-Wan Kenobi si lancia alla ricerca di colui che ha ordinato l’eliminazione della senatrice fino ad arrivare al Conte Dooku (un affascinante e gigantesco Christopher Lee esperto di incarnazioni del male). A questo punto l’intreccio del film ha già ceduto perché la narrazione si biforca: seguiamo da una parte la storia d’amore melensa tra Anakin e Amidala e dall’altra le indagini performatiche di Obi-Wan, fino al ricongiungimento finale in una battaglia epica con grande dispendio di fuochi d’artificio e di scene di massa. Il pericolo è tale che tutti gli Jedi sono coinvolti nel combattimento finale e lo stesso Yoda si esibisce come una trottola al cospetto di Dooku. Il montaggio serrato che aveva caratterizzato, con le giuste pause, il primo episodio della saga, in questo secondo è infranto da un binario narrativo parallelo che indebolisce il meccanismo avventuroso. O perlomeno Lucas non dimostra sufficienti capacità di governare il montaggio parallelo. Sono invece splendide le integrazioni scenografiche: la villa del Balbianello sul lago di Como conquista lo sguardo. Anakin lo sappiamo destinato a trasformarsi nel genio del male Darth Vader nel terzo episodio e in questa puntata comincia a manifestare i segni della corruzione spirituale. Contestabile la scelta di affidare il ruolo di questo personaggio al giovane esordiente Hayden Christensen, il quale non riesce a dare equilibrio al personaggio e non sa incarnare il dramma che vive: come innamorato è bamboleggiante, come guerriero è goffo, come mutante è balbettante. Le emozioni per dirla in breve in questo film sono mangiate dalla tecnologia. Si prenda ad esempio la scena della morte della madre di Anakin: il giovane Jedi divorato dall’odio compie un massacro, uccide donne, bambini e anziani di un gruppo tribale che aveva catturato la madre. Ma non si riesce a partecipare al suo dolore: il rito funebre è povero, ridotto a brandelli da una pessima recitazione, da una sceneggiatura indifferente e da un montaggio deprimente. Persino i piccoli momenti ironici (pensiamo ai dialoghi tra i robot) e che vorrebbero essere divertenti risultano ridicoli e indisponenti. Il film di Lucas è proiettato nel futuro, ma sembra integrarsi molto bene con i temi della nostra contemporaneità: la guerra è la panacea di tutti i mali, la diplomazia e la democrazia sono impotenti, il fanatismo separatista e razzista dilaga, il terrorismo è pane quotidiano. A sessant’anni di maturità cinematografica, Lucas deve molto della sua fortuna alla tecnologia: il prequel articolato in tre episodi crea una forte contraddizione visiva con i tre successivi e dispone una forzatura immaginativa: la lavorazione in digitale ci avvicina al cancello dei sogni dell’uomo e la proiezione in digitale fa diventare opachi i film in pellicola. La grande bravura del regista si mostra invece nelle scene di massa, nella gestione dell’impianto scenografico, nella capacità di mettere insieme luoghi lontani e farli diventare vicini, quanto vicini possono sembrare i pianeti di una galassia. Il film insomma non conquista più per la dimensione spaziale. Il futuro è gia presente: il nostro futuro è in questo deserto che si allarga intorno a noi, nelle architetture postmoderne che sospendono il passare del tempo, fra i grattacieli luminosi e le alte montagne che ridisegnano la dialettica fra centro e periferia, nord e sud. Nonostante le spade laser e le creature “mostruose” che la fantasia interstellare di Lucas è riuscita ad immaginare e ricostruire. C’è chi in questi ultimi tempi si è imbarcato in riflessioni più generali, per cui dalla saga emergerebbe un ragionamento su dinamiche antropologiche e sull’espansionismo antropocentrico da leggere in chiave ottimistica. I temi dell’imperialismo e dell’Impero sono farraginosi, perché nella logica dell’entertainment la coerenza politologica è pura divagazione intellettuale. Pertanto è raccomandabile non affannarsi troppo nella lettura intertestuale e sottotestuale.
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