 | L'ORA
DI RELIGIONE
(Italia
2002, 102 minuti) di Marco Bellocchio -
Soggetto e sceneggiatura: Marco Bellocchio
- Fotografia: Pasquale Mari - Musica:
Riccardo Giagni - Scenografia: Marco
Dentici - Montaggio: Francesca Calvelli -
Interpreti e personaggi: Sergio
Castellitto (Ernesto), Jacqueline Lustig
(Irene), Chiara Conti (Diana), Piera Degli
Esposti (Zia Maria), Alberto Mondini
(Leonardo), Toni Bertorelli (Bulla)
L'ultimo
film di Bellocchio, unico film italiano in
concorso al prossimo festival di Cannes,
ci riconcilia con un certo cinema, con il
bel cinema che declina l'invito del puro
entertainment e ci introduce dentro i
labirinti del pensare, con percorsi che ci
costringono a misurarci continuamente con
ciò che siamo e con ciò che viviamo. Il
regista si inventa una storia di
beatificazione per metterci davanti alla
mercificazione di tutti i valori, compresi
quelli religiosi. La storia ruota intorno
ad un pittore, Ernesto Picciafuoco, ateo
convinto che si sta separando dalla
moglie, il quale interpreta sensibilmente
l'universo intellettuale che anima il
regista. Gli viene annunciato il processo
di beatificazione, in corso da ben tre
anni, della madre. Incredulo e sorpreso,
il pittore scopre le carte di un mondo
familiare (fratelli, zie, moglie) che
lavorano alacremente per montare il
processo e sfruttare il rendiconto
mediatico del riconoscimento vaticano.
Ernesto si confronta così con
l'ipocrisia, con la memoria, con il
sorriso della madre, con la religione e la
famiglia, con l'amore e la paternità,
tutti temi che ricollegano il film al suo
percorso intellettuale e cinematografico.
Il figlio di Ernesot, Leonardo, è un
ancora di salvezza, ma non basta. È
necessario innamorarsi. Tutti invece
cercano di convincerlo a convertirsi e
soprattutto a persuadere il fratello
Egidio, l'assassino della madre, a
testimoniare di quel martirio. Bellocchio
cerca di ricondurre il discorso dentro il
suo momento laico. Cerca di esporre la
forma della coerenza interiore ai
paradossi della società contemporanea,
alle dinamiche relazionali che
soggiacciono alle regole della
mercificazione. Il pittore sintetizza in
sé il tema della congruenza del pensiero
e dell'azione: la distanza che misura tra
il suo senso dell'ironia (stigmatizzata
più volte da alcuni interlocutori) e il
sorriso stupido della madre, incapace di
reagire affettivamente alle bestemmie del
figlio assassino, è la stessa che separa
la sua tensione verso la bellezza e
l'amore dall'impero del brutto e della
merce. L'animazione finale con la
distruzione al computer del Vittoriano
racconta una tensione liberatoria e
necessaria dell'individuo dai formalismi
rigidi che ci circondano, con le regole
dell'apparenza che condizionano ogni
nostra azione. Il vuoto e asfittico
formalismo delle rappresentazioni
religiose dominano lo sfondo, ma non per
questo il film di Bellocchio può essere
definito un film sulla religione. Il film
infatti gioca su due piani, ma non cade
nel semplicismo dualistico. I primi piani
risultano indefiniti, bui, senza
contrasti, rispetto ad uno sfondo che
disegna il contesto e sembra imporsi come
soggetto. La chiarezza individuale, la
luce emerge dal conflitto del pensiero con
se stesso, dal dubbio. Chiedersi se il
proprio figlio deve frequentare l'ora di
religione o no significa porsi il problema
delle condizioni del pensiero, della
libertà. Non è un caso che il film inizi
proprio con le immagini del figlio di
Ernesto che cerca di liberarsi della
presenza di Dio perché la su onnipresenza
mette in discussione la sua libertà.
Sergio Castellitto dà una grande prova di
attore e riesce a dare corpo laico al
conflitto, non si abbandona mai alle
rappresentazioni dello sconfitto né alle
nichilistiche risoluzioni del cinico
incallito. La bellezza del dubbio deve
restare viva. Poco importa se la ragazza
di cui si innamora non è l'insegnante di
religione del figlio che sembrava essere.
Il mondo dei sentimenti e delle emozioni
non tradisce: in quel contesto si gioca
sempre a carte scoperte e se qualcuno bara
si porta fuori dal gioco. È un peccato
infine che la bestemmia di Egidio abbia
indotto la censura a vietare il film ai
minori di 14 anni. Ecco un altro rigido
formalismo contro cui lo stesso film di
Bellocchio non ha paura di prendere
posizione e che ci induce a condannare
senza mezzi termini come indecente e -
questo sì - assolutamente censurabile.
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