 | BROTHER (Brother, Giappone / Usa 2000, 110’) di Takeshi Kitano - Protagonisti:: Beat Takeshi Kitano (Yamamoto), Omar Epps (Denny), Masaya Kato (Ken), Ren Osugi (Harada) C’è di che restare abbagliati davanti al silenzio di Takeshi Kitano, maschera deformata dai piccoli tic che testimoniano il terribile incidente motociclistico in cui ha rischiato di morire. Come un concentrato di citazioni cinematografiche, il suo sguardo fisso e immobile rimodella il volto di Buster Keaton sfumando nella coincidenza sonora dei due nomi. Non è fuorviante chiedersi dove finisce Keaton e quando comincia Kitano. Gli occhiali dello yakuza Yamamoto nascondono il volto della memoria cinematografica, fanno da filtro alla luce che unisce l’occhio all’immagine e (ci) riportano al beckettiano "Film" firmato da Alan Schneider giocato proprio sullo sguardo prima obliquo e poi nero di Buster Keaton. Chi dei due venga protetto risulta non chiaro, sfumato sugli occhiali neri che fanno schermo alle fessure degli occhi del regista. Kitano ha già attraversato il corpo sociale della "filosofia" yakuza, da "Sonatine" del 1993 a "L’estate di Kikujiro" del 1999. Ma "Brother" sembra entrare con più incisività nella materia e corrode la forma astratta del destino e dell’ineludibilità dell’autocoscienza. Il plot è semplice. Dopo una sanguinosa guerra tra due famiglie yakuza, Yamamoto, che non ha voluto legarsi alla famiglia vincente, lascia il Giappone e fugge a Los Angeles, dove raggiunge il fratellastro minore, che vivacchia da piccolo spacciatore con alcuni giovani amici. Tra questi c’è Denny, un ragazzo di colore che tenterà ingenuamente di derubare Yamamoto al primo casuale incontro e gli costerà una ferita all’occhio, primo indizio di una montante amicizia costruita intorno al gioco dello sguardo e della visione. Yamamoto e i giovani mettono in piedi un'agguerrita e spietata organizzazione criminale che cerca di controllare il territorio e sbaraglia inizialmente tutte le bande rivali finché non si trova a fronteggiare la Mafia italiana, un corpo troppo grosso e potente per essere assimilato. "Brother" presenta un campionario di fratelli: c'è il vero fratello di Yamamoto, che è rimasto in Giappone come membro della famiglia che ha vinto la guerra (alla fine, non riuscendo ad integrarsi del tutto, si esibirà in un harakiri ai limiti del grottesco). Poi c'è il fratellastro, il trasandato e ingenuo Ken, che vive a Los Angeles di piccoli espedienti. E infine c'è Denny, il giovane nero, l'unico a non esser realmente fratello di sangue e ad esserlo di fatto. Quest’idea di fratellanza, di radicale intimità dei sentimenti, è sublimata nella presenza-assenza della morte, condotta per mano dalla lente grottesca e acida di Kitano. Ne risulta un film dal corpo estetico imponente, dominato stilisticamente dalle visioni del regista (lo sguardo registico e lo sguardo di attore). Il silenzio tempera i gesti spietati, ma mai inclini a mitizzare la violenza. Questa risulta amplificata nell'assurdo gioco delle parti, mosse solo ed esclusivamente dalla sete di denaro. Yamamoto sembra indifferente del tutto ai dollari: la sua immobilità è paralisi davanti all'assurdo del mondo reale. Le persone appaiono come burattini. Egli sembra un anima alla ricerca di un momento che renda il sacrificio degno di essere vissuto, sbilanciato sulla battigia di un orizzonte marino che ritorna in molti suoi film. Uccide perché non c'è ancora nessuno per cui valga la pena di morire e quando lo trova si fa crivellare come un colabrodo. Il cinema di Kitano cerca di raccontarsi affilato su questa filosofia minimalista: è corpo della sfumatura, spazio del vuoto, eco del silenzio. La guerra che invoca sembra un gioco, è regolata come tale, però produce vittime, lascia morti per strada. Ma chi sono i morti che si lascia per strada non lo sappiamo: niente ci spinge a piangerli. La violenza è sgretolata nel ridicolo gesto dello sparo, nello stillicidio di pallottole che tolgono la vita e non tolgono niente al film. Oppure è ridicolizzata nel taglio rituale del mignolo. Un viso triste e silenzioso, una maschera anticinica perché anticinetica, quelal del regista (anche comico e showman TV, più popolare come Beat Takeshi, poeta, romanziere, fumettaro, umorista, pittore): davanti all’essenza del cinema e all’acme del movimento, Kitano vuole fermarsi, sospendersi nel silenzio dello sguardo che coinvolge lo spettatore. Kitano mette poeticamente in mostra la coscienza del pubblico, costringe al silenzio e dilata lo spazio, spinge a riassestamenti continui dell’attenzione: l’obliquo taglio riportato anche con brevi scatti della macchina da presa alla sua vocazione orizzontale rimette in piano uno spettatore addormentato, anestetizzato da un cinema che nell’azione frenetica e straniante del plot esercita il suo potere lisergico. |