 | L’AVVERSARIO
(L’adversaire; 2002; 120 minuti)
Regia: Nicole Garcia; soggetto: dal romanzo omonimo di Emmanuel Carrere; sceneggiatura: Federic Belier-Garcia, Jacques Fieschi, Nicole Garcia; fotografia: Jean Marc Fabre; scenografia: Veronique Barneoud; costumi: Nathalie Du Roscoat; musica: Angelo Badalamenti; montaggio: Emanuelle Castro; produzione: Wild Bunch
Interpreti e personaggi: Daniel Auteil (Jean Marc Faure); Geraldine Pailhas (Christine); Francois Cluzet (Luc); Emmanuelle Devos
(Marianne)
La drammatica storia narrata ne “L’avversario”, è una vicenda realmente accaduta in Francia, circa una decina di anni fa. Già il regista Laurent Cantet ne aveva fatto il punto di partenza per il suo film presentato a Venezia nel 2001: “A tempo pieno”, che gli aveva fruttato alcuni premi. Tale pellicola sottolineava, nella vita gonfia di menzogne del protagonista, soprattutto il grave problema del lavoro che, in questo momento storico, si pone, in maniera incerta, anche per la borghesia più agiata: la variabile del licenziamento, le frustrazioni derivanti dal non poter costantemente offrire alla famiglia un reddito comprendente soprattutto il superfluo, ma pure l’ occupazione, ancora una volta, intesa e intrecciata alle categorie di alienazione, di sfruttamento, di alternanza continua tra abbondanza economica e miseria.
L’ottica della regista Nicole Garcia è decisamente un’altra: osservare il percorso di una personalità instabile, fragile e narcisistica. Mettere a fuoco un uomo che si costruisce la vita e l’identità su un cumulo sempre più pesante di bugie, che finiranno per schiacciarlo, per esasperarlo, per ossessionarlo. Così, la paura di non riuscire a sopportare la frustrazione di essere scoperto diventerà talmente atroce, da portarlo a distruggere fisicamente chiunque sia stato testimone delle sue menzogne, banali o gravi che fossero. E’ un dramma terribile “L’avversario”, proprio perché proviene dall’inferno del quotidiano, perché è accumulato nei piccoli gesti familiari, nelle parole non dette, nell’angoscia infinita per il giudizio degli altri. Il protagonista, Jean Marc, non riesce mai ad avere un chiaro senso della realtà compatibile con le sue aspirazioni. Non finge solo di essere un medico, ma di essere un “grande” medico dell’OMS a Ginevra, sempre in viaggio, sempre impegnato. Ed eccolo, quindi, aggirarsi nelle sale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a far passare un tempo infinito, noioso, insopportabile, oppure nei parcheggi degli autogrill ad aspettare la sera. Questa parte del film è la più lenta, la meno parlata, certamente la più densa di emotività: Jean Marc è inquadrato nella sua totale solitudine, spesso mentre piove ed è chiuso in macchina, con lo sguardo fisso e disperato, pronto per riprendere la via del ritorno a casa nella sua sicurezza costruita sul nulla, insieme ad una famiglia apparentemente ideale. Non gli basta, poi, prosciugare i conti dei suoi genitori, del suocero, dell’amante (l’unica che, in fondo, si rende conto del suo lato oscuro, scambiandolo, però, per tetraggine psicologica), si compra una villa e una macchina lussuosa. Forse vorrebbe essere scoperto, vorrebbe confidarsi, ma mai vi riesce. Pensa al suicidio, magari clamoroso, ma basta che la moglie lo smascheri nella menzogna, in fondo, più irrilevante ( le ha detto di aver preso posizione nella difesa di una maestra dell’asilo del figlio, senza che ciò fosse vero) per abbandonarsi ad una furia distruttiva, smorzata da un’apparente razionalità e freddezza con cui compie i cinque omicidi delle persone più importanti della sua vita. E’ proprio la loro rilevanza, d’altronde, a condannarle: mai Jean Marc potrebbe sopportare di vedere nei loro occhi e nelle loro parole la sua identità frantumata.
Nicole Garcia non ha bisogno di mostrare il sangue e il dolore delle vittime, perché la tensione avanza sempre più in maniera intollerabile nei gesti che precedono gli omicidi, con cui Jean Marc sta anche distruggendo se stesso. Un montaggio dinamico, inoltre, assembla i momenti della vicenda partendo dalla fine (che ci fa intuire, persino, una certa amnesia del protagonista nei confronti dei suoi delitti), tornando indietro, riavvolgendosi, senza scarti, in avanti, volendo dare spazio all’osservazione continua dei piccoli moti del personaggio, piuttosto che a una qualche coordinazione narrativa.
Ovviamente, in questo contesto, risulta fondamentale l’adesione dell’interprete ai progetti della regista e Daniel Auteil, offre ne “L’avversario” la sua migliore prova d’attore tutta improntata sui colori della malinconica mediocrità. E con il suo aiuto, Nicole Garcia ferma il film sul respiro di Jean Marc, sopravvissuto ai suoi orrori, pronto per andare incontro, grazie alla superficialità di chi vuole allontanare da sé l’ambiguità e l’incomprensibile, al destino di raccapricciante “mostro da prima pagina”.
Elisabetta
Randaccio
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