 | IO NON HO PAURA
(Italia, 2002, 109 minuti)
Regia: Gabriele Salvatores; soggetto: tratto dal libro di Niccolò Ammaniti Io non ho paura, ed. Einaudi; sceneggiatura: Niccolò Ammaniti, Francesca Marciano; fotografia: Italo Petriccone; musica: Ezio Bono, Pepo Scherman; scenografia: Giancarlo Basili; costumi: Patrizia Chierconi; montaggio: Massimo Fiocchi; produzione: Colorado film, Cattleya, Alquimia cinema, The producers film, Medusa.
Interpreti e personaggi: Giuseppe Cristiano (Michele); Mattia Di Pierro (Filippo); Diego Abatantuono (Sergio); Dino Abbrescia (Pino)
“Io non ho paura” era nato come idea per un film, poi Ammaniti ne ha tratto un libro. In seguito, ne sono stati acquisiti i diritti da un produttore ed è stata elaborata un’altra sceneggiatura, redatta dall’autore del testo e da Francesca Marciano. Poi, si è cercato un regista. Gabriele Salvatores è stato interpellato ed ha accettato, per la prima volta nella sua carriera, di lavorare intorno a un film che non aveva né ideato né scritto. Così va il cinema. Eppure “Io non ho paura” è un’opera profondamente sentita da Salvatores e sembra quasi che questa valenza liberatoria dalla pagina scritta, l’abbia portato a concentrarsi sullo specifico cinematografico in maniera così completa e appassionata, da realizzare immagini emozionanti e intense con un messaggio chiaro e toccante.
Il libro di Ammaniti è piacevole, ma spesso discontinuo; a volte ricorda, soprattutto nella prima parte, lo Stephen King di “The body”. Ambientato nell’estate caldissima del 1978 in uno dei tanti piccoli borghi del Sud d’Italia (Acqua Traverse), narra, con gli occhi e il linguaggio di un bambino, un’avventura che porterà quest’ ultimo direttamente ad approdare nelle terre ambigue e marce dell’età matura. Michele, infatti, scoprirà, nascosto in un buco-tugurio, un suo coetaneo sporco, affamato, legato persino ad una catena come una bestia. Il piccolo è la vittima di un sequestro perpetrato da tutti i miseri (dal punto di vista morale più che economico) adulti del paese, compresi gli amati genitori .Nel testo, Michele vive questa tragica situazione servendosi del variegato immaginario infantile per dare un senso agli avvenimenti più traumatici e ad attutire la fine delle illusioni, ovvia nel passaggio adolescenziale della linea d’ombra verso la maturità. Il bambino interpreta l’inconsueto con le sue storie di mostri, stregoni, eroi di fumetto. E’ Tiger Jack, il fedele compagno di Tex, che lo aiuta a non aver paura, a resistere, ad andare avanti, a superare ostacoli impensabili: “Non potevo passare di lì. Mi avrebbero sentito Cos’avrebbe fatto Tiger Jack al posto mio? Li avrebbe affrontati. Li avrebbe massacrati con il suo winchester e li avrebbe trasformati in salsicce da arrostire sul fuoco insieme a Tex e a Capelli d’argento” (p. 204).
Salvatores solo apparentemente riprende in maniera letterale le parole scritte e sceneggiate da Ammaniti. Intanto, elimina la rassicurante voce narrante del testo. Lo spettatore deve intuire le emozioni , i dubbi , le sensazioni, il desiderio di solitudine e pace del protagonista soprattutto attraverso le immagini. Il regista, inoltre, trasforma le fantasie infantili in vere e proprie divinità provenienti dalla terra. La natura (fotografata con grande perizia da Italo Petriccone) acquista la dignità di personaggio rilevante del film: i vasti campi di frumento dorato, i pochi alberi, il cielo estivo, ma anche gli animaletti che popolano, a volte nascosti, questo mondo mitico diventano allusivi: il piccolo porcospino è la forza, la serpe è sia l’ambiguità o (quando è massacrata) il simbolo inquietante di ciò che sta per accadere, il maiale è il nemico brutto, lascivo, aggressivo e ricorda alcuni adulti che circondano Michele, i l piccolo insetto delicato, abbarbicato sullo stelo del grano, che le trebbiatrici stanno per travolgere, si sovrappone immediatamente all’ infanzia che da lì a poco verrà sopraffatta. La storia, così, perde la valenza cronicista (per quanto canzonette, oggetti e trasmissioni televisive riportino, comunque, agli anni settanta) e ne acquista una epica, allegorica, persino formativa per lo spettatore. Il finale, in questo senso, è esemplare. Mentre nel libro è un frettoloso epilogo, nel film diventa la sintesi catartica: Michele è stato ferito “per errore” dal padre (concludendo questo particolare, in fondo, rito di iniziazione), l’altro adulto “cattivo” sta per essere catturato dai carabinieri che vengono dall’alto (“i signori della collina”), ma più lontano c’è Filippo, con i suoi colori chiari (il vestito, i capelli), bambino angelo (sarà mai esistito?).
Salvatores cura, come sempre, le performance degli attori. In questo caso, riesce a far recitare senza nessuna indulgenza al patetico i due straordinari ragazzini protagonisti, ma anche gli altri piccoli interpreti. Giuseppe Cristiano è un Michele indimenticabile nello sguardo, nelle incertezze, nel sorriso, ma bisogna anche ricordare Diego Abatantuono nella breve quanto determinante figura del cinico Sergio (milanese nel film, romano nel libro). L’attore abbandona la piacevolezza fisica, la simpatia per calarsi in un essere repellente, orco sanguinario di una triste favola contemporanea.
Elisabetta
Randaccio
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