 | BILLY ELLIOT (Billy Elliot, Gran Bretagna 2000) di Stephen Daldry - Protagonisti: Jamie Bell, Julie Walters, Gary Lewis, Jamie Draven, Jean Heywood Protagonista di questa pellicola è Billy e la sua voglia di danzare, il suo innamoramento per il movimento, lo spirito del corpo. Ma protagonista è anche al classe lavoratrice inglese, impegnata nelle grandi battaglie degli anni '80 contro la Tatcher e la sua politica di annientamento dei diritti dei lavoratori. Billy (lo straordinario Jamie Bell) è un bambino di undici anni, figlio di un minatore che nel 1984, a Durham, nel Nord-Est dell'Inghilterra è impegnato in uno sciopero (lo stesso sciopero raccontato dal film "Grazie, signora Tatcher" di Herman), un durissimo braccio di ferro che oppone il governo e i sindacati. Anche il padre e il fratello maggiore di Billy hanno incrociato le braccia, ma qualche soldo è rimasto per pagare le lezioni di boxe del ragazzo. Il quale, però, proprio nella palestra che frequenta, subisce una folgorazione: il balletto. E questo accade quando il giovane scorge in un'altra stanza una signora, Miss Wilkinson, che insegna plié alle bambine del posto. Inizialmente il problema, per Billy, sarà quello di nascondere al padre e al fratello la sua nuova passione. Il film è in questo senso la storia di un'emancipazione che passa attraverso gli ostacoli del pregiudizio. Perché il balletto è roba da finocchi e "Il lago dei cigni" roba da femminucce, sostengono i familiari del ragazzo. L'insegnante intuisce subito le doti del ragazzo e si impegna per farlo riuscire, per dare spazio alla sua voglia di emergere e fargli tentare una via di riscatto. Quando il padre - Gary Lewis, il protagonista di "My name is Joe" di Ken Loach - e il fratello scoprono, tra un picchetto e l'altro, l'insana passione di Billy, reagiscono con durezza e cercano di impedire al ragazzo di continuare. Si tratta di una delle opere più interessanti sugli effetti politici e sociali devastanti che ha comportato il tatcherismo: la tensione è palpabile, quotidiana e si sposta dalle strade alla vita familiare e viceversa, passando per le strade grigie del quartiere operaio. In questo clima Billy sublima la tensione con una irrefrenabile voglia di ballare: anche quando cammina danza, non riesce a trattenere i piedi che sembrano muoversi automaticamente, saltano, piroettano. La cornice scenografica è quella brutale dei picchetti contro i crumiri, degli schieramenti di polizia in tenuta antisommossa con i manganelli e gli scudi pronti all'uso. Si vive in regime di polizia e lo sciopero è durissimo, porta alla disperazione e lacera le coscienze, con tutte le tentazioni di mollare perché la vittoria è sempre molto lontana. Stephen Daldry cura con minuziosa attenzione il contesto educativo e sociale. La famiglia proletaria di Billy è composta dal padre e dal fratello e una nonna un po' svanita. I pochi soldi che restano servono alla sopravvivenza quotidiana, per tenere duro e non cedere. Nonostante ciò il padre riserva una cifra per le lezioni di boxe in palestra. Il regista gioca sul contrasto fra la durezza della vita quotidiana e la voglia di liberarsi ballando, tra la luce opaca e virata in rosso dei mattoni delle case a schiera dei quartieri operai e la luce delle scarpette bianche, della scuola di danza, del teatro. Avevamo già visto che era possibile anche al cinema, per la classe operaia, calcare il palcoscenico. Ritornano alla mente la storia simile di "Flashdance" (1983) in cui una giovane operaia sogna di fare un provino per l'Accademia di danza e ci riesce e, più recentemente, "Girlfight", che racconta l'ambizione più violenta di una ragazza che vuole diventare pugile. Il film, che ha un tagli melodrammatico tiratissimo, mostra però un lato debole e qualche caduta di stile grossolana, perché insiste nel sottolineare a tutti i costi che per fare il ballerino non è necessario essere omosessuali. La sottolineatura contiene ancora un pregiudizio, perché in sé la notazione è così banale che non avrebbe bisogno di essere rimarcata. Esemplare in questo senso il rapporto di Billy con il compagno di scuola, che mostra fin dall'inizio evidenti inclinazioni gay. La sua presenza fa da contrappunto all'ostinazione con cui Billy si prepara, aiutato da Miss Wilkinson, a prepararsi per superare la prova di ammissione per la scuola di danza del Royal Ballet a Londra. Anche il padre e il fratello, inizialmente riluttanti, aiuteranno Billy e ne condivideranno i desideri, coinvolgendo in questa voglia di riscatto tutto il quartiere. La figura dell'amico di Billy la ritroveremo proprio nel finale, sugli spalti del Covent Garden, mutato da un trucco sgradevole nella sua versione femminile. È il finale del film: dopo tanti anni padre e fratello si recano al teatro dove Billy debutta, impiumato per la versione de "Il lago dei cigni" di Matthew Bourne. Per la cronaca la versione di Bourne fu realmente interpretata da soli uomini e andò in scena a Londra e poi a Broadway nel 1996. Alcuni hanno anche pensato che il film fosse ispirato alla vita di Bourne, nato in una famiglia operaia a Manchester, ma pare che i genitori del coreografo non si siano mai opposti alla sua scelta. Il film ha una carica eversiva temperata dall'impianto melodrammatico, ma rimanda alle grandi lezioni del free cinema inglese e ai suoi epigoni, alle lezioni di Ken Loach e Mark Herman, quest'ultimo direttamente citato per il contesto politico e per l'idea che l'arte e la solidarietà siano più forti della miseria e della disperazione. Il percorso di Billy è personale e singolare, ma la musica e le coreografie riescono a dare forza e vigore trascinante a tutto il film. Lo scatenato numero per le strade è coreografato su "A Town Called Malice" dei Jam. Le canzoni dei T-Rex - "Get It On", "I Love to Boogie", "Children of the Revolution" - sono la colonna sonora privata di Billy, quella pubblica ha il ritmo di "London Calling" dei Clash, "Shout to the Top" e "Walls Come Tumbling Down" degli Style Council. |