 | 8 MILE
(USA, 2002, 118 minuti)
Regia: Curtis Hanson; sceneggiatura: Scott Silver; fotografia: Rodrigo Prieto; scenografia: Philip Messina; costumi: Mark Bridges; musica: canzoni di Dr. Dre, Eminem, Jay-Z, NAS, Rakim, Kid Rock, Xzibit; montaggio: Craig Kitson, Jay Rabinowitz; produzione Immagine Entertainment
Interpreti e personaggi: Eminem (Jimmy Smith jr.), Kim Basinger (Stephanie Smith), Britanny Murphy (Alex), Mekhi Phifer (Future)
L’ottavo miglio è quello che segna quasi un confine tra la Detroit ricca e benestante e quella marginale della piccola borghesia devastata dalla recessione (tra gli anni ottanta e novanta c’è stato il fallimento delle più importanti case automobilistiche, che erano il fulcro economico dell’intera città), del proletariato che sopravvive a sé stesso, degli sbandati. Nel film, Jimmy viaggia su un vecchio bus per andare a lavorare e dai finestrini, insieme al lui, possiamo osservare quartieri fatiscenti, edifici abbandonati, giardini e strade sporche, un mondo grigio, che certo non corrisponde all’immagine brillante e falsa dello stereotipo cinematografico statunitense.
In questo contesto, non si situano in maniera migliore né i rapporti umani né quelli familiari. Jimmy-Eminem è inserito in un nucleo, da questo punto di vista, esemplare. La madre non ha un lavoro stabile, semmai si dedica a recuperare qualche soldo al “bingo”, è immatura, superficiale, inadeguata al ruolo genitoriale sia per il figlio adolescente che per la più piccola bambina; convive con un giovane violento e ignorante in una casa trascurata, da cui dovrebbe essere presto sfrattata. Il figlio, perciò, non è rappresentato come un trasgressivo, visto che è l’unico che lavora in una squallida industria e che si occupa con affetto della sorellina. Jimmy, ci appare così, solo un lontano parente del James Dean, tormentato esistenzialmente dal conflitto insanabile con il padre e, perciò, “ribelle senza causa”, ma non ha neppure coscienza politica o volontà psicologica di cambiare. In realtà, molto banalmente il suo è un tipico “sogno americano” di stampo adolescenziale: diventare ricco e famoso, attraverso la musica. Il gruppo dei rappers, amici di Jimmy, passa le serate immaginando macchine potenti e “tipe” affascinanti. Come dice Eminem nella sua canzone “Sing for the moment”: “Noi rappiamo per i ragazzi che non hanno nulla a parte un sogno e un fottuto giornale rap”.
Dunque, le aspirazioni di questi giovani partono dal rap, straordinaria forma musicale del nostro tempo, discendente del blues, del jazz, dell’improvvisazione di area afroamericana, “vero modello di identità culturale” (Riotta), nata negli anni settanta, “filiazione del soul e dei disagi dei negri in una città spietata come New York” (Saitto). L’elemento affascinante di questo genere musicale è la prevalenza del ritmo unito senza soluzione di continuità alla parola, che, a volte, si desemantizza totalmente, rimanendo semplicemente suono, talaltra diventandone la chiave di volta, con contenuti forti, dissacranti, aggressivi, efficaci, assoluti. Qualche critico ha anche osservato che si tratta di un’ imitazione di filastrocche infantili (e Jimmy, nel film, ne improvvisa una per la sorellina) o “del monologo interiore, lo stream of consciousness di James Joyce e Virginia Woolf” (C. Quarantotto); si basa sulla grandezza degli improvvisatori che si sfidano nei “free style contest”, vere e proprie battaglie di ritmo, di parole, di ironia e aggressività. In “8 mile”, i ragazzi rappano davanti ad un pubblico spietato e coinvolto, che, alla fine, giudica, l’artista più efficace e più bravo e si capisce, che dietro questa forma artistica di strada, c’è un vero business ramificato e diffuso a vari livelli.
Jimmy, essendo interpretato da Eminem, è un rapper particolare, perché è un bianco ed ha una energia e creatività incredibili, per cui i momenti delle “battaglie”, valgono il prezzo del biglietto.
Ma il film è sostanzialmente deludente, con una sceneggiatura debole e, spesso, ridicola, vicina più ai canovacci dei musical anni settanta (anche la protagonista di “Flashdance” era un operaia saldatrice prima di emergere come ballerina acrobata) che al cinema sociale. Probabilmente, da un regista come Curtis Hanson, autore della trascrizione felice del romanzo di Ellroy “L. A. Confidential”, si poteva pretendere un’opera meno superficiale. La sorpresa (relativamente per chi non conosceva il suo notevole percorso artistico) rimane Eminem, che, giocando, per certi versi su un presunto autobiografismo, si rivela un interprete ideale per il cinema: estremamente fotogenico, bello nei gesti e nella sicurezza della recitazione, magico quando si scatena sull’onda del rap, diventando un ossimoro vivente con quegli occhioni azzurri da cerbiatto dolce, mentre intesse con la voce la filosofia drammatica del rancore, dell’abuso, dell’infelicità.
Nota dolente, ancora una volta, la versione italiana. Veramente ridicolo aver tradotto (malamente, a quanto mi dicono gli esperti, ma ciò risulta chiaro anche ai meno alfabetizzati) metà del film, spesso non riuscendo a restituire allo spettatore il lessico drammatico e satirico del linguaggio di strada.
Elisabetta
Randaccio
|