 | LA FINESTRA DI FRONTE
(ITA; 2003; 92 minuti)
Regia: Ferzan Ozpetek; soggetto: Ferzan Ozpetek; Sceneggiatura: Ferzan Ozpetek, Gianni Romoli; fotografia: Gianfilippo Corticelli; scenografia: Andrea Crisanti; costumi: Catia Dottori, Costanza Bastanti, Natasha Marinaci; musica: Andrea Guerra; montaggio: Patrizio Marone; produzione: Gianni Romoli, Tilde Corsi per R&C Produzioni
Interpreti e personaggi: Giovanna Mezzogiorno (Giovanna), Massimo Girotti (Davide), Raul Bova (Lorenzo), Filippo Nigro (Filippo), Serra Ylmaz
(Emine)
Davide, l’anziano che insegue i ricordi, perdendo e confondendo il presente, è l’ultima interpretazione di Massimo Girotti, un attore che ha attraversato con onore tre quarti del Novecento cinematografico italiano. E’ una bella figura quella offertagli da Ferzan Ozpetek nel suo ultimo lavoro: La finestra di fronte. Bella e interessante, anche perché si tratta di una vera e propria eccezione negli schermi italiani, in genere tesi a raccontare un giovanilismo forzato, spesso di maniera, ridicolo.
Davide è un vecchio che vaga per le vie di Roma, spaesato, tormentato dalle immagini del passato, limpide pure nell’evocazione degli orrori storici, e che ha perso il filo del presente. Quest’ultimo, come capita nelle malattie senili della mente, appare sfuocato, confuso, in una dimensione quasi onirica. L’uomo si scontra con questa realtà sfuggente rapportandosi con la famiglia che lo raccoglie nel suo vagabondare pericoloso per le vie della città. Quel nucleo con cui va, per pochi giorni, a vivere è rappresentativo di un mondo che ha azzerato la propria memoria, che non sa organizzarsi il futuro e che vive il presente confusamente, senza passione e senza gioia, umiliato dalla rincorsa continua alla stabilità economica e azzerato nei sogni. Lei vorrebbe fare la pasticcera, ma è una ragioniera in una tetra fabbrica di prodotti surgelati (mostrata in immagini inquietanti quasi come un obitorio architettonico); lui non riesce a trovare un’occupazione stabile, né approda ad una vera crescita psicologica. Fanno i bravi genitori, ma la loro unione è diventata asfittica. C’ è poca passione, poco sesso, poche aspirazioni e ideali. L’incontro con Davide, dignitoso, elegante, misterioso, fa da detonatore per l’esplosione di varie situazioni rimosse nei protagonisti. La storia, in realtà, dovrebbe proprio accelerare da questo momento, ma, invece, allontanandosi da quello che sembrava il suo fulcro indirizzante (il personaggio interpretato, appunto, da Girotti), rallenta, si affloscia, si confonde, perde sicuramente di forza e di interesse. Ci sarebbe l’innamoramento tra Giovanna e Lorenzo, il dirimpettaio, bello, malinconico e solitario, che, in realtà, servirebbe per sottolineare un altro elemento di immaturità dei personaggi: i due, infatti, si spiano dalla finestra, non tanto con morbosità erotica, quanto con il desiderio di crearsi un altro da sé soddisfacente. Giovanna e Lorenzo ricercano non un partner reale (infatti, quando hanno l’opportunità, non riescono a concludere l’atto amoroso), ma una proiezione di desideri adolescenziali, mitici e inconsistenti che si dissolvono in una intimità irrisolta. Ma il film non approfondisce neppure questo livello narrativo, così come è affrettata la conclusione che vede la donna finalmente realizzata nel lavoro, complice gli influssi benefici della filosofia esistenziale di Davide.
Insomma, sembra che la sceneggiatura di Oztpetek e Romoli, ottimi autori del precedente Le fate ignoranti, sia il vero difetto del film, così irrisolta da sfiorare la banalità. Esempi di questo potrebbero essere l’attacco blando al tradizionale nucleo familiare o l’omosessualità di Davide, che dovrebbe ampliare la sua sensibilità caratteriale ed avere un effetto di sorpresa narrativa, mentre invece passa senza grande effetto sui protagonisti e sugli spettatori.
Si apprezza, ancora una volta, la capacità del regista di filmare una Roma non turistica, affascinante, scenario perfetto per far scatenare le drammatiche allucinazioni di Davide e incorniciare gli incontri dei due perduti amanti. Anche l’interpretazione dei protagonisti è come raggelata e poco convinta. Ovviamente, si conserva la traccia attoriale di Girotti, a cui Ozpetek ha offerto una grande opportunità di salutare, per l’ultima volta, il suo pubblico.
Elisabetta
Randaccio
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