 | HANNIBAL (USA 2000) di Ridley Scott - Protagonisti: Anthony Hopkins, Julianne Moore, Gary Oldman, Giancarlo Giannini, Francesca Neri, Diane Baker, Enrico Lo Verso, Ivano Marescotti. Hannibal, il cattivo che meglio rappresenta la logica onnivora del capitalismo, si serializza e si feticizza: è cioè merce sintetica. Un vero prodotto cinefilo, una proiezione mitografica perfetta per il nuovo millennio, con la garanzia della riproducibilità tecnica (e chi se ne frega dei grandi dilemmi della bioetica sulla clonazione umana). Solo i grandi costi del cinema impediscono alle major di emulare i grandi serial come "Sentieri". L’atteso "Hannibal" sbarca sugli schermi italiani a dieci anni di distanza dal precedente "Il silenzio degli innocenti" di Jonathan Demme (film che ha incassato 350 milioni di dollari e che vanta 5 oscar). È indimenticabile però il vero capostipite, "Manhunter - Frammenti di un omicidio" (1986) di Michael Mann, un film tratto da "Red Dragon" di Thomas Harris (di cui è in progetto il remake). In quel film, invisibile quanto conturbante, il dr Lecter, interpretato da Brian Cox, prestava la sua mente perversa per scovare un pericoloso serial Killer ("Dente di Fata"), come succede del resto anche nel successivo capolavoro di Demme. In questo ultimo (ma non definitivo) capitolo di Ridley Scott, il pazzo (ma ne siamo veramente certi?) Hannibal Lecter raccoglie in sé il gusto e il disgusto, la violenza tenera e la tenerezza violenta, i vizi apocalittici e le virtù profetiche custoditi nel vaso di Pandora del nuovo millennio. Tutto ciò lo impone il regista, masterizzando il volto cult di Anthony Hopkins, vero artefice del successo di un film presuntuoso e complessivamente mediocre. Il conte Ugolino dei nostri tempi, che divora i figli e i padri maleducati dell’Occidente, si innamora e cattura così la simpatia del pubblico, che - pur nel disgusto per il soffritto di cervello umano (il cervello dell’unico vero cattivo del film, l’antipatico e perfido Ray Liotta) - sostanzialmente gli concede i benefici della stima dopo la mut(il)azione finale. Da buon mago della psiche Lecter gioca bene le carte del transfert e si immerge nella mente dei suoi pasti prediletti. In questa partita sir Hannibal, gentiluomo dalla gestualità aristocratica, che anche quando usa violenza emana un certo charme (è violenza "pulita", chirurgica), fa partecipare lo spettatore e lo imbriglia nelle maglie del suo fascino. Non più buoni e cattivi schematizzati, ma ruoli ubiqui, sdoppiati ed obliqui: cattivi apparenti che mostrano una perversa inclinazione al bene; buoni che nascondono dietro la maschera dell’ipocrisia sentimenti di odio e vendetta, una purulenta ed egoistica vocazione per il male. Ma questa è una banalità consolidata nelle sceneggiature cinematografiche di buona parte dei film realizzati in questi ultimi vent’anni. Scott si allinea e allarga il ventaglio delle possibilità. Così Mason Verger, miliardario scampato alle fauci canine del folle psichiatra - il personaggio che muove le fila della sceneggiatura - è torturato da un desiderio di vendetta da "legge del contrappasso" dantesco. Giancarlo Giannini, ispettore inchinato sulla sua parabola discendente, scopre l’identità di Lecter (che si spaccia a Firenze per curatore della Biblioteca Capponi e grande conoscitore di Dante) e si muove per intascare la taglia, infischiandosene dei rischi e dei morti che deve sacrificare per intascare i dollari. Insomma una rete di personaggi stereotipati che quasi fanno diventare il film una parodia del precedente e più famoso film di Demme. Ridotti a cliché sono però anche la Firenze che Scott ha utilizzato come location per 6 settimane e quello stralcio di Sardegna selvatica che ha richiamato il brusio semidivertito degli spettatori isolani. È la Firenze che Thomas Harris, autore dello script, ha frequentato seguendo personalmente e con attenzione il processo Pacciani, ridotta così a scenografia della vergogna rimossa. Mentre la Sardegna è quella dei maiali onnivori e di tre irriconoscibili indigeni, tra cui un Ivano Marescotti dimezzato e concentrato a fare smorfie (mentre invece è un attore valorizzato dalla parola recitata o dal silenzio impassibile)… Non è un caso, data la logica superficiale e improvvisata del casting, che nemmeno i suini siano sardi, visto che hanno vinto la selezione attoriale 15 cinghiali di provenienza russa. Ma non siamo tanto presi dall’accento sardo dei loro grugniti, quanto dalla loro vorace fame di carne umana. E le zanne dei sedicenti cinghiali sardi affondano nelle carni dei sedicenti personaggi sardi. Ma chi sono i cattivi? Il film è digeribile, ma il finale di Hannibal gourmet è troppo compiaciuto per non essere rivoltante. È del resto proprio questo momento ripugnante del film che ha spinto Jodie Foster a non accettare il sequel. Julianne Moore, in sua sostituzione, fa il clone di quella Clarice Starling (definita nel carattere dai lineamenti psicologici della Foster), balbetta e scimmiotta l’interpretazione fosteriana: in questo senso non fa rimpiangere e non fa maturare quel personaggio, non gli dà carattere e ne ingessa il profilo. Il film di Scott insomma non è all’altezza del thriller psicologico di Demme, nonostante l’impegno della sceneggiatura originale di David Mamet e successivamente di Steve Zaillian, che ha modificato il finale con il beneplacito di Harris. Sfuggono alla debolezza estetica di un film troppo incline a leccarsi alcuni momenti alti come la sigla iniziale in bianco e nero movimentata in sottofondo dall'aria introduttiva delle variazioni Goldberg, suonate da Glenn Gould nel 1981, un autentico capolavoro. Ma il film è tutto racchiuso in quel campo lungo coi colombi di Piazza della Signoria che disegnano il volto di Lecter, effetto speciale lezioso ma ben riuscito. |