 | PESI LEGGERI (Italia 2001, 85 minuti) di Enrico Pau - Soggetto e sceneggiatura: Aldo Tanchis, Enrico Pau - Fotografia: Gian Enrico Bianchi - Musica: Giovanni Venosta - Scenografia: Anna Maria Donatella Sciveres - Montaggio: Carlotta Cristiani - Interpreti e personaggi: Claudio Morganti (Claudio), Carmine Recano (Nino), Davide Delogu (Giuseppe), Emanuela Cau (Maddi), Anna Scaglione (Sara), Vanni Fois (Trudu), Piero Marcialis (Melis), Gianpaolo Loddo (Perso), Maurizio Saiu (Marco)
Una Cagliari oscura, gravata di nuvole e immersa nella penombra, con il baricentro eccentrico e spostato verso una periferia urbana ed esistenziale: questo è il vero soggetto dell'ultimo film di Enrico Pau, prima sua avventura nel lungometraggio (dopo il corto "La volpe e l'ape", sceneggiato insieme allo stesso Aldo Tanchis che firma con Pau il soggetto e la sceneggiatura di questo film). La cornice narrativa è la boxe, scenografia di un mondo che oggi ci appare sospeso e marginale - dopo gli anni d'oro del pugilato sardo -, ma che sa raccontare ancora, e in modo forte - i sentimenti dei suoi protagonisti, desideri e disagi, sogni e ambizioni, gioie e fallimenti. Il sogno della normalità, di una quotidiana felicità, deve misurarsi con l'intricato mondo dei bisogni e dei desideri, affrontato con quell'arte di arrangiarsi che implica il confronto con quel che siamo e che siamo stati. In una palestra di pugilato della periferia cagliaritana due ragazzi si allenano e sgomitano intorno ad una ragazza che canta in un locale notturno e sogna di sistemarsi. Nino è dotato di una buona tecnica e ambisce al titolo italiano, Giuseppe è introverso e violento e trova nel pugilato il sacco per scaricare le sue frustrazioni. Maddi è la ragazza di Nino, che insoddisfatta del menage non accetta di dividere il suo uomo con i guantoni e accetta il rudimentale e ruvido corteggiamento muscolare di Giuseppe. Il film sviluppa le trame personali dei tre ragazzi e le intreccia con quelle di Claudio, mancata promessa della boxe e procuratore di entrambi i giovani, e di Sara, giovane insegnante in fuga da un matrimonio fallito. Intorno alla palestra gravita un nutrito gruppo di personaggi che disegnano un sottobosco di umanità multiforme: Trudu, un allenatore che per mettere in piedi una riunione (i debiti incombono per tutti) non esita a minacciare Claudio e Nino; Marco un insegnante di balli sudamericani che occupa una sala della palestra, la cui presenza fa perdere le staffe a Melis, l'allenatore di Nino; Perso, un ex pugile che arrotonda vendendo rose nei localini fumosi della città. Pau non regala sorrisi e avvolge i personaggi nella nuvola grigia di una quotidianità difficile. La stessa nuvola che avvolge la capitale sarda, raccontata dal regista nel grumo dei suoi umori notturni e marginali, mettendo a confronto generazioni di pugili e i loro sogni, giocando sul tema archetipico della vittoria e della sconfitta. Vedere Cagliari senza il sole del suo ufficio turistico è una novità. Con ciò il film si affianca al recente film di Antonello Grimaldi, "Un delitto impossibile", anch'esso impegnato a mostrarci il cuore urbano di Sassari e a deviare dalla consueta immagine agropastorale e banditesca per corteggiamenti sociologici o da quella patinata e domenicale ad uso e consumo delle agenzie di viaggio e dei mercatini di souvenir. Bisogna indubbiamente riconoscere a Pau di aver creduto tenacemente a questa sua idea e al di là di un film che presenta le ovvie imperfezioni di un'opera prima, il lavoro del regista ha il merito di affondare lo sguardo dentro la periferia di una città che potrebbe essere da un lato qualsiasi città, ma che concretamente è Cagliari, con tutte le sue contraddizioni, le sue luci oblique e le sue solitudini nascoste. Il momento cinematografico è costruito ad anelli tenuti insieme dal tessuto urbano (i percorsi motorizzati consentono attraversamenti e ricognizioni inedite e invisibili). Ogni personaggio ha il suo ring, ciascuno vince e perde nella vita come nello sport, nel lavoro come negli affetti. Questo nodo paradigmatico è mutuato dal contesto pugilistico, così dominato dalla forte tensione per la vittoria e dove una sconfitta può mettere in ginocchio un uomo per tutta la vita, inclinandolo a un desiderio di riscatto sublimante: così tanto i falliti che gli ex campioni finiscono per ritentare la via del successo allenando nuove promesse e prolungato la propria ancora non realizzata. Bisogna saper perdere - è il motivo che la canzonetta ha diffuso proprio negli anni in cui il pugilato sardo ha toccato vette mai ripetute - ma anche perdere deve servire per costruire un'altra vittoria: così la vittoria di un altro diventa anche la propria. Nel film troviamo alcuni di quei pugili, gli stessi a cui l'autore aveva dedicato un intero documentario, "Storie di pugili" nel 1998, che sicuramente ha costituito per il regista un'esperienza importante per ricostruire il mondo del pugilato. Una storia di facce scolpite dalla lotta quotidiana per vivere e allo stesso tempo una storia dalle molte facce, che in certi momenti si perdono senza riemergere, ma che comunque danno il senso di una realtà cittadina complessa e irriducibile. |