 | BLACK HAWK DOWN (Black Hawk Down, 2002 USA, 143 minuti) di Ridley Scott - Sceneggiatura: Ken Nolan - Fotografia: Slawomir Idziak - Scenografia: Artur Max - Musica: Hans Zimmer - Montaggio: Pietro Scalia - Interpreti e personaggi: Josh Hartnett (Eversmann), Ewan McGregor (Grimes), Tom Sizemore (McKight), William Fichtner (Sanderson), Sam Shepard (Garrison) Mogadiscio, 3 ottobre 1993. La missione assegnata alle unità dei Ranger e della Delta Force è molto chiara: catturare i vertici militari vicini al generale Mohamed Farrah Aidid che si riuniscono nel centro della città, nella zona ostile. L'azione militare deve durare mezz'ora, ma le cose non vanno come previsto perché l'abbattimento di due elicotteri Black Hawk innesca una cruenta battaglia che durerà 18 ore e costerà la vita di 19 soldati americani e più di mille somali (guerriglieri, ma anche vecchi, donne e bambini). Gli americani non lasciano vivi o morti in mano al nemico: tutti i soldati devono tornare alla base, nessuno deve essere abbandonato, anche se questo può costare la vita di altri soldati. Ridley Scott confeziona un film violento e mozzafiato perché la guerra, ogni guerra è violenza pura e toglie respiro al cervello. Per fare la guerra non servono esseri pensanti, ma uomini che rispondano agli ordini senza discutere. Già uno dei capolavori di Kubrick, "Full Metal Jacket", lo aveva mostrato in tutta la sua ideologia unilaterale. E la violenza della guerra, con tale crudezza, l'aveva già mostrata Spielberg nell'incipit di "Salvate il soldato Ryan". Il film di Scott non aggiunge niente, ma semmai cita ed eccita e mostra tutta l'ipocrisia degli americani. L'occhio resta incollato allo schermo ed è ipnotizzato dall'epica delle armi. Per misurare l'intelligenza dei signori della guerra, i somali e gli statunitensi - niente più li distingue -, non è necessario un test, ma è sufficiente il calibro. Il film getta dentro il ritmo della violenza dove le parole democrazia, giustizia, pace, libertà sono solo parole vuote. Eppure sembra di percepire dentro il film uno strano modulo antifrastico, che apre ad una inversione paradossale: l'esaltazione dello spirito di corpo dei soldati americani scivola nel grottesco e dice quello che non vuole dire. In coda al film, subito dopo aver ricordato che in quell'episodio trovarono la morte 19 soldati e più di un migliaio di somali, scorre l'elenco dei nomi delle vittime americane. I caduti americani hanno sempre un nome, ma i somali che vediamo cadere come birilli sono senza nome, sono corpi senza identità. La falsa coscienza trabocca in un film che - paradossalmente - non invita le persone intelligenti a piangere per questi americani. Una delle ultime scene del film mostra un vecchio somalo che blocca il convoglio di carri in fuga dalla zona ostile e che ha tra le braccia il corpo senza vita di un bambino. In quella scena c'è tutto il significato della tragedia, l'anima della coscienza militare. Ci si può lamentare forse che il film di Scott non disegni psicologie individuali, che mostri solo il congegno meccanico e inarrestabile della guerra, della morte al lavoro. E invece proprio qui sta la sua forza. Non ci sono psicologie da mostrare: i soldati che noi vediamo sono stereotipi: lo sono nel gioco della guerra perché lo sono anche nella vita di tutti i giorni. Si riempiono la bocca di parole mute: amore, pace, libertà, democrazia sono sgraziate combinazioni di suoni. Viene invece naturale chiedersi se vedere un film come questo in questo periodo non faccia capire qual è la vera ragione che sta spingendo gli Stati Uniti ad intervenire in Somalia con il pretesto degli "stati canaglia" ceh appoggiano il terrorismo e nel più totale dispregio della dignità dei popoli, degli uomini, dei paesi "alleati". C'è un clima di vendetta bassa e ignobile: Bush oggi cerca Bin Laden come allora Clinton cercava Aidid. Il non trovarlo è la vera ragione che spinge il dito sul grilletto e i guerrafondai americani possono tirare un sospiro di sollievo ogni volta che la mattina svegliandosi scoprono che Bin Laden non è stato ancora catturato. Oggi se andiamo a Mogadiscio, nel quartiere di Hawlwadaag, dove si è svolta la battaglia, è possibile trovare ancora i resti degli elicotteri. Fatmah Sheikh, una donna anziana che abitava una delle case di quel quartiere, così racconta quel giorno: "Ero in casa, non capivo cosa stava succedendo, si sentivano spari, quando l'elicottero è caduto e si è sprigionato un grande incendio. Poi sono arrivati gli americani, ci hanno chiusi tutti in una stanza e hanno cominciato a minare le pareti della casa per aprirsi un varco. Alla fine ci hanno lasciati andar via, io sono scappata con la mia famiglia e sono tornata il giorno dopo. Ho trovato solo cadaveri, persino i gatti erano stati uccisi". Ma perché questi somali appoggiassero le milizie di Aidid, un uomo che aveva speculato sugli aiuti internazionali e che aveva usato la fame come arma per spostare l'ago della bilancia a suo favore in quella terribile guerra civile, il film non se lo chiede e non è interessato a dirlo. Può essere interessante mettere a fronte di questa visione una voce alternativa a un film che è stato fortemente voluto e finanziato dal Dipartimento della Difesa statunitense. La voce del miliziano che ha abbattuto il primo Black Hawk, Abdullahi, che allora aveva 26 anni. Una versione diversa, di parte come quella americana. Legittimo diffidare di entrambe, ma da occidentale è ancor più doveroso diffidare delle parole dei responsabili di uno stato che persegue i propri interessi con tutti i mezzi, legali e illegali. "Erano le tre e mezza del pomeriggio - racconta Abdullahi - e mi trovavo al mercato Bakara quando ho visto gli elicotteri americani che stavano attaccando l'edificio vicino all'albergo Olympic, dove era in corso una riunione dell'Alleanza nazionale somala di Aidid, per togliere loro le armi. Due mesi prima avevano sequestrato tutte le nostre tecniche (i pick up con sopra dei cannoncini) e ora volevano anche le armi leggere. Sono corso a casa per prendere il mio fucile, ma la casa era stata bombardata, mio padre e mia moglie incinta di sei mesi erano morti, i miei tre figli feriti dalle schegge. Allora sono andato da un amico e mi sono fatto dare un Rpg, non potevo camminare per strada perché dagli elicotteri sparavano contro chiunque vedessero. L'aria era irrespirabile. A un certo punto ci siamo ritrovati in sei. Abbiamo cominciato a sparare. Sono salito sul tetto di una casa, quando ho visto a portata di tiro un Black Hawk ho sparato. La prima volta ho fallito, ho ricaricato il bazooka, ho sparato ancora e ho colpito l'elicottero da dietro. Non credevo ai miei occhi: il Black Hawk improvvisamente ha preso fuoco ed è caduto. Era cominciata la battaglia che sarebbe durata fino alla mattina. Poi gli americani accorsi in forze, erano più di mille, ci hanno circondato e hanno preso in ostaggio una scuola coranica con 94 bambini minacciando di ucciderli tutti se fosse stato ancora ucciso un americano. Allora, per salvare i bambini, Aidid ha deciso di far cessare i combattimenti e di concedere il salvacondotto ai soldati Usa accerchiati. Gli americani hanno detto che i loro morti erano diciotto, ma secondo me erano di più. Almeno trecento i somali uccisi, tra di loro anche molte donne. Tutti gli abitanti hanno partecipato alla battaglia. Alla fine centinaia di cadaveri erano ammassati per terra". Difficile dire quanto è vera questa versione, ma certamente è grottesco vedere a un certo punto del film il generale Garrison entrare in infermeria ed inchinarsi ad asciugare il sangue per terra. Se non ci si lascia prendere per il culo da queste immagini triviali e dal fatto che i somali siano un po' come gli indiani di vecchi film razzisti americani (brutti, sporchi, cattivi e, in definitiva, niente altro che carne da macello), il film mostra in tutta la sua verità la disumanità di una guerra, qualunque essa sia e per qualunque motivo venga combattuta, con una resa spettacolare straordinaria. |