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Speciale cinema:
le schede dei film in programmazione
Il Cinema dalla A alla Z

A cura dei nostri critici Antonello Zanda
e
Elisabetta Randaccio

Cartoni, film d'azione, comici
e pellicole da amare o evitare

 

IL FILM DELLA SETTIMANA
THE HOURSTHE HOURS

(The hours, USA, 2002, 114 minuti)
Regia: Stephen Daldry; soggetto: dal romanzo di Michael Cunnigham Le ore; sceneggiatura: David Hare; fotografia: Seamus McGravey; scenografia: Maria Djurkovic; costumi: Ann Roth; musica: Philip Glass; montaggio: Peter Boyle; produzione: Miramax Films, Scott Rudin Productions. 
Interpreti e personaggi: Nicole Kidman (Virginia Woolf), Meryl Streep (Clarissa Vaughn), Julianne Moore (Laura Brown), Ed Harris (Richard), Claire Danes (Julia); John C. Reilly (Dan Brown), Miranda Richardson (Vanessa Bell)

Le ore è stato il primo romanzo di grande successo di Michael Cunnigham. E’ un libro intrigante, per certi versi, affascinante. L’idea narrativa è quella di mettere in parallelo tre donne e le loro
vicende esistenziali, per quanto lontane nel tempo. In principio, c’è la scrittrice inglese Virgina Woolf, rievocata in un suo tormentato momento creativo: i giorni della nascita di Signora Dalloway e, (è la prefazione del libro e, anche del film) la scelta del suicidio nelle acque fredde di un torrente (1941). La seconda serie di capitoli (Cunnigham alterna schematicamente una vicenda all’altra) riguarda la Signora Brown, una, apparentemente pacata, casalinga americana incinta per la seconda volta, attanagliata da un male di vivere profondo, devastante. Laura è sopravvissuta alla guerra (siamo nel 1949), è sposata e vive piattamente matrimonio e maternità. Legge Signora Dalloway ed è affascinata “dall’idea di una donna come lei, una donna di tale brillantezza, tale stranezza, tale dolore incommensurabile; una donna di genio che si è comunque messa una pietra in tasca e si è annegata in un fiume.” In realtà, attraverso le pagine della Woolf, scopre, mette a nudo le sue pulsioni di morte, ma, nello stesso tempo, le supera. E sceglie, conclusa la lettura-terapia, di cambiare radicalmente la sua vita, di lasciare il marito così affettuoso, il figlio così dolce, la bambina appena nata, per ricercare se stessa, ricordandosi sempre “che si può cessare di vivere. C’è una consolazione nell’avere di fronte la gamma completa di possibilità, nel poter prendere in considerazione tutte le scelte senza paura e senza inganno.” Proprio il piccolo bambino di Laura è il filo conduttore verso la terza narrazione, quella che riguarda Clarissa, la “Signora Dalloway”. Infatti, Richie Brown è il figlio di Laura, diventato scrittore di successo, amico intimo di Clarissa che lo accudisce con amore, perché lui si è ammalato di Aids. Clarissa è una donna profonda e complicata; vive nella Manhattan di fine Novecento, ha una giovane figlia tanto amata, vive con una compagna: Sally; è efficiente, colta, affascinante, una vera e propria proiezione di quella signora Dalloway da cui ha ereditato il nomignolo. Come il suo riferimento letterario, sta preparando una festa, per rendere omaggio ai successi di Richie. La giornata di Clarissa è impostata sulla l’organizzazione puntigliosa del ricevimento e, mentre prepara ogni particolare, “Le viene rivelato che tutto il suo dolore e la sua solitudine, e lo scricchiolante disagio che ne proviene, derivano solo dal far finta di vivere… Si sente brevemente sola, con tutto davanti a sé”. Lafesta, poi, non si svolgerà, perché Richie si suicida, davanti a lei. E’ la fine della giornata e la donna trae le conclusioni per sé e per le altre due protagoniste del romanzo:“è ora di mettere fine a questa giornata. Diamo le nostre feste; abbandoniamo le nostre famiglie per vivere soli in Canada; combattiamo per scrivere libri che non cambiamo il mondo, nonostante il nostro talento e i nostri sforzi senza riserve, le nostre speranze più stravaganti... C’è solo questo come consolazione: un’ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente anche se tutti tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili”.
Da questa idea narrativa felice, è nato, quasi subito, il progetto cinematografico che, in prima istanza, doveva essere diretto da Alan Parker. Il regista, invece, sarà Stephen Daldry, mentre la sceneggiatura verrà affidata allo scrittore David Hare. Ne viene fuori un film che risulta, nei contenuti, estremamente fedele al romanzo, ribaltandone, invece, lo stile secco, eccessivamente asciutto. La pellicola ha un andamento lento, ma sicuramente più intenso, più affascinante, mentre l’inquietante presenza della morte è sottolineata crudamente, senza un filo di ottimismo. I raccordi tra le tre donne, le tre vicende, i tre tempi sono, così, più fluidi e armonici. In questo senso, le attrici divengono fondamentali. Ognuna segna, con uno stile recitativo differente, l’accento diverso del male di vivere femminile e, forse, questa è la sorpresa più interessante del film. Nicole Kidman (con il famoso naso finto!) è una dolente Virginia. L’attrice esprime, soprattutto con lo sguardo, le incertezze, i tormenti, la dolcezza, ma soprattutto la paura di perdere la propria lucidità che angosciò disperatamente la scrittrice (nel suo biglietto d’addio scrisse: “Comincio a sentire le voci e non riesco a concentrarmi. Quindi sto per fare quella che mi sembra la cosa migliore”), dimostrandosi , se qualcuno avesse avuto ancora dubbi, una grande artista. Julianne Moore modella, ancora una volta (dopo Far from heaven), su di sé la signora compita degli anni cinquanta che non regge la tragedia della quotidianità. La sua interpretazione sta tutta nel contrasto tra la banalità degli oggetti e delle situazioni che attraversa, e la sua anima spezzata. Ma il salto di qualità lo fa Meryl Streep che, tra l’altro, Cunnigham cita con ironia proprio nel romanzo, quando Clarissa si imbatte in un set cinematografico installato nelle vie di Manhattan. La strepitosa attrice si avvolge attorno al suo personaggio, se ne impossessa totalmente e ci regala un altro ritratto femminile indimenticabile, alternando sensibilità e nevrosi, passionalità e cinismo, sicurezza e fragilità. La sua Clarissa diventa il vero fulcro della narrazione, epilogo dell’evoluzione del senso di dolore delle donne nel Novecento.

Elisabetta Randaccio

IL FILM DELLA SETTIMANA
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